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Giu 26

Alzheimer: decadenza retrograda dell’ attivita’ psichica

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La demenza è la perdita globale della funzione cognitiva che interferisce con le azioni abituali della persona interferendo in maniera lenta, significativa e progressiva in tutte le aree della vita comprese le relazioni sociali e lavorative. La diminuzione della memoria recente e retrograda, unita ad altri deficit delle funzioni psichiche come ad esempio, alterazioni del pensiero astratto, della capacità di giudizio, del coordinamento e della pianificazione, dell’organizzazione, del linguaggio, scrittura, calcolo, caratterizzano lo stato di demenza di cui, per informare i lettori, utilizzeremo come modello la malattia di alzheimer che è il deficit mentale frequentemente più diagnosticato, seguito dalla demenza associata al morbo di Parkinson, dalla demenza di tipo vascolare, la malattia di Pick, ecc. La demenza rappresenta un tema di salute molto importante per la sua valenza sociale, perché, le demenze dipendenti dall’aumento dell’età, saranno quelle che focalizzeranno i piani sanitari delle comunità europee in futuro, visto l’allungamento dell’età media della popolazione mondiale. Per comprendere ciò che accade nel funzionamento del cervello e delle attività intellettive, per prima cosa è necessario comprendere cos’è il sistema nervoso che, possiamo brevemente descrivere, come un insieme coerente di cellule, che costituiscono elementi formati e ben differenziati riguardo alla loro funzione di complessa struttura e organizzazione, che comunicano e interagiscono fra di loro, attraverso una rete chiamata sostanza bianca per mezzo di cui, numerosi e vari mezzi di trasporto, i neurotrasmettitori, fanno di esso il sistema biologico più complesso, sofisticato, e affascinante di tutte le strutture viventi. Un vero e proprio universo dentro di noi che con l’aumentare dell’età subisce molti cambiamenti che rigurdano tutti i livelli funzionali, e, le conseguenze, configurano ciò che definiamo invecchiamento cerebrale. Per deterioramento cognitivo, quindi, intendiamo un’alterazione qualunque delle capacità mentali superiori e, le demenze, presentano un inizio in generale insidioso e un decorso progressivo caratterizzato da una perdita di capacità cognitive e cambiamenti di comportamento che interferiscono progressivamente con l’autonomia della persona che ne soffre. Si verifica, quindi, in forma sequenziale, la disintegrazione delle forme cognitive che si sono costruite lungo tutto il corso della vita della persona, in altri termini, tutta la storia e le esperienze che costituiscono l’intelligenza adulta dell’individuo si perdono, si frammentano, si riducono a brandelli. Vengono riconosciute due cause del deficit cognitivo; una causa organica dovuta al processo patologico della morte delle cellule neuronali, la perdita delle sinapsi e le alterazioni dei neurotrasmettitori e, una causa funzionale come assenza continuata di esercizio di una determinata funzione sia cognitiva che sociale o fisica, prodotta dal malato stesso come meccanismo di difesa utilizzato per far fronte alle innumerevoli difficoltà che compaiono nelle situazioni dove si manifestano i deficit crescenti, nonché, l’aumento dell’ansia e della perdita di autocontrollo. La malattia di alzheimer, sin dal suo esordio come patologia, ha rappresentato una sfida sul piano diagnostico (a tutt’oggi la certezza diagnostica può aversi solo post mortem) e terapeutico (impossibilità di una terapia che possa arrestare il processo). Lluìs Tàrraga, psicologo clinico, direttore della fondazione catalana di neuroscienze applicate e del centro educativo alzheimer a Barcellona, mosso, sul piano umano dalla solidarietà, più che dall’obbligo suggerito dalla professione, attraverso un autentico e generoso slancio, ha messo a punto un intervento attraverso un programma di psicostimolazione che abbraccia, in gran parte, le funzioni intellettive conservate dal malato e, la loro interazione con le attività della vita quotidiana. Nel tentativo di trasmettere il significato profondo del farsi carico della vulnerabilità connaturata alla condizione dell’anziano, favorisce, con il suo intervento psicologico, da un lato, l’efficacia dei farmaci disponibili attualmente nella malattia di alzheimer e, dall’altro, incrementa positivamente l’interazione personale tra i familiari e il paziente. Il progetto terapeutico di rieducare e ristabilire le capacità perdute e dimenticate, a dato vita a quello che, oggi, è una realtà consolidata nel trattamento dell’alzheimer in tutto il mondo. In conclusione, vorrei sottolineare che, dove non bastano le sollecitazioni derivanti da metodi di lavoro volti a ristabilire la vita di relazione agendo sulla plasticità del cervello, e sicuro che il sostegno affettivo può fare molto; inoltre, in un periodo storico che sollecita costantemente il fermarsi ad un’età anagrafica ideale ed eterna, può servirci, senza dubbio, il parere del premio nobel Rita Levi Montalcini, che ha sostenuto come l’uso continuato del cervello, a differenza di quanto accade per gli altri organi, non ne provoca il logorio.

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