«

»

Giu 26

Autolesionismo, donne che si tagliano: una questione privata

Condividi su:

Passano un batuffolo imbevuto d’alcool sulla pelle. Poi con un gesto veloce un coltello, un taglierino, una lametta e compare il filo rosso, restano ad osservare la fuoriuscita del sangue, finchè non è sollievo.
Questa è una scena comune tra chi soffre di autolesionismo, l’urgenza di tagliarsi sottintende ad un malessere più profondo che con un movimento simbolico esce fuori, diventa visibile, reca uno stato di sollievo. La “sindrome da autolesionismo ripetuto”, colpisce il 5% della popolazione , un fenomeno tipicamente femminile (la percentuale maschile a confronto è nettamente inferiore), le ragazze, infatti, risultano più predisposte sia per la tendenza a mantenere e risolvere dentro gli eventuali conflitti e l’aggressività, mentre, al contrario, i ragazzi sono più tendenti all’espressione, all’agito, alla messa in atto della propria aggressività, sia perché la sindrome da autolesionismo spesso si accompagna ad altri disturbi, quali anoressia e bulimia, che colpiscono più frequentemente le ragazze.
Questa sindrome insorge in età precoce, le prime avvisaglie si possono avere già verso i 14 anni fino ai 17 e questo comportamento prosegue in genere fino ai 25.
Gli stereotipi comuni sono che sia un anticamera del rischio di suicidio, ma queste ragazze attuano un rituale preciso, l’uso di oggetti sterilizzati, l’uso dell’alcool, il bendare le ferite quasi a prendersene cura, non coincidono con l’avvicinarsi al suicidio, ma sono un passaggio simbolico per far venire fuori ciò che c’è sotto la pelle, uno scoprirsi vive proprio osservando il proprio sangue, un modo di dar voce ad una sofferenza profonda dalle parole dimenticate. Nel taglio non c’è una ricerca del piacere di stampo masochistico, l’avvertire quel leggero bruciore della pelle, il processo di cicatrizzazione che ne tira i lembi, ricorda a queste ragazze il processo di cessazione di un angoscia profonda, indicibile. Ed è una questione privata, perché negata al mondo, consumata a letto, il bagno, lontano in macchina , un segreto difeso con vergogna, con la paura costante di non essere normali, di compiere un atto inaccettabile ma dal quale non si riesce a sottrarsi.
Pur essendo un fenomeno del quale si parla pochissimo e poco affrontato, anche dal punto di vista scientifico, la percentuale delle ragazze affette da tale sindrome è in continuo aumento. La vergogna del compiere un atto “forte”, mista alla paura di essere considerate pazze e al dubbio di esserlo veramente, pongono una sorte di veto nell’affrontare questo problema. Queste ragazze, infatti, raramente si confidano con le persone a loro care, ne sono spesso tenuti all’oscuro anche gli amici o il proprio ragazzo. Il comportamento può variare dal ferirsi con una lametta o un coltello, al procurarsi delle abrasioni, al deturparsi la pelle cercando di tirare fuori i peli prima ancora che questi possano spuntare, sia al bruciarsi. Tutta questa gamma di comportamenti viene fatta in segreto, in zone poco visibili del corpo e difesa con le scuse più idonee (sono caduta, mi ha graffiato un gatto, ho avuto un incidente), ma il comportamento è tipico di un addiction, una specie di dipendenza senza sostanza .
Scrive Paola:
“Il senso di vergogna che provo all’idea che qualcuno possa vedere i miei tagli mi fa giurare
che non li farò più, ma poi mi ritrovo da sola in bagno con in mano il coltello, la sola idea di smettere mi fa sentire un vuoto incredibile, come se quel taglio in realtà mi riempisse”.

Questa sindrome sorge casualmente, ci si può ferire le prime volte per “sbaglio”o per un impulso istintivo immediato, ma successivamente si diventa dipendenti dal sollievo che comporta quest’atto, che diventa sempre più frequente. Come per quanto riguarda l’anoressia , anche nell’autolesionismo, è principale il problema del controllo, se nell’anoressia il controllo si concentra principalmente sul cibo e sul proprio bisogno di nutrirsi, nell’autolesionismo il controllo del proprio corpo è esasperato, il controllo per non ferirsi più di tanto, per non andare troppo a fondo e il senso di possesso del proprio corpo “io appartengo a me”.
L’autolesionismo cela un problema più grande di sofferenza e dolore inesprimibile e vissuto in segreto al mondo intero. Se una madre, un amica, un ragazzo o un insegnante si accorgono di un simile problema, proprio per la forza di quest’atto sono più disposti , in un primo momento, ad accettare la giustificazione di quei tagli autoinflitti come casuale e non volontaria. Ma, se qualcosa turba una persona a noi cara o affidata a noi, quella quota di sensibilità ci fa intuire che qualcosa non va, allora, nel caso ci si dovesse trovare in una simile situazione non si dovrebbe forzare la persona a parlare del proprio problema, perché verrebbe vissuto con una vergogna insostenibile, né tantomeno colpevolizzarla o incolparla, piuttosto spingerla a parlare di sé stessa, di cosa sente, di cosa prova , per sostituire le parole al sangue, trovare sollievo nella comprensione e non nel taglierino. Ciascuno dentro di noi sa cos’è, in modo più o meno lieve o velato, il malessere, non neghiamolo dentro di noi e non neghiamolo se lo rivediamo negli altri. Non lasciamole sole.

Lascia un commento

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com