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Giu 26

Globalizzati a palermo: la nevrosi metropolitana

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Dalla solitudine metropolitana al falò delle vanità, dall’avere tutto-e-subito alla scalata in discesa, dalle insicurezze personali all’assertività esagerata, dal ri-farsi col bisturi al ri-prendersi con gli psicoattivi, dall’essere di buonumore al sentirsi completamente spossati l’indomani, dall’ansia alla depressione, dall’anoressia agli attacchi di panico, è indubbio che oggi, gli uomini e le donne che vivono nella modernità della globalizzazione, sono chiamati a gestire un oscuro, cieco, muto, diffuso, inafferrabile malessere che invade l’esistenza di ciascuno. Una tribù di cittadini del mondo, che numerosa e trasversale, frequenta il web, conosce e utilizza la modernità tecnologica, si trova a suo agio dappertutto e con chiunque, uomini e donne che non affermano più la loro appartenenza alla società attraverso l’esibizione ostentata di simboli derivati dalle radici passate, ma con l’adozione di un pensiero e uno stile di vita nomade, globale e autentico; si tratta di giovani, che hanno colto il nomadismo sub-urbano già a scuola, ma, anche, di quarantenni e oltre, che si sentono uniti da una nuova attitudine, dal possedere una capacità più ampia sulle cose della vita e su se stessi, rispetto alle generazioni passate. Anche a Palermo, si muove una comunità del mondo, che sfugge ad ogni etichetta e che condivide e porta avanti valori come il rispetto e, soprattutto, persegue con determinazione e caparbietà, l’obiettivo di far coincidere a livello individuale la realizzazione professionale con la qualità della vita. Veri cittadini del mondo che si muovono per una società migliore. Ma, altrettanto, si muove un disagio contemporaneo che, evidenzia un notevole aumento di problematiche, accomunate tutte da una sorta di svuotamento che le persone vivono dall’interno e un esaurimento dei modelli di funzionamento psicologici che fanno stare bene. Una modernità, quindi, che pone aspetti delle volte intollerabili quali relazioni vuote, ipocrite, false, opportuniste, o ancora, tanti e troppi modelli da seguire, oggetti da possedere, capacità e competenze da mostrare, cose da fare. E i percorsi di vita sembrano caratterizzati dal dovere essere necessariamente aggressivi, bellissimi, bravissimi, indipendenti affettivamente, capaci di fare tutto, subito, al meglio e meglio degli altri. Senza tralasciare, inoltre, le problematiche sociali derivanti dalla disoccupazione, precarietà del lavoro, instabilità nelle relazioni affettive, incomunicabilità fra le persone, la crisi dell’euro, il mutamento della famiglia, ecc. Questa nuova nevrosi, esprime l’incapacità dell’uomo di oggi di ottenere un senso di stabilità nella considerazione di sé, nel raggiungere l’autonomia e i propri obiettivi; ma, contemporaneamente, l’importanza dell’avere successo, essere i numeri uno, essere in forma, raggiungere i propri scopi anche a sacrificio di altri, possedere criteri di potenza, fascino, successo sociale e personale, sono elementi che se vissuti con incapacità psicologica possono produrre un improvviso, drammatico e insostenibile svuotamento che crea nella persona uno stato di disordine e confusione, generare un senso di smarrimento e tensioni sempre più crescenti che, insieme alle preoccupazioni relative al vivere quotidiano, possono tradursi nel sentirsi male psicologicamente ed emotivamente. A confermare questa sofferenza ci sono i dati sull’abuso di stimolanti e psicofarmaci antidepressivi e ansiolitici e sull’uso smodato di medicinali che migliorino le performance nello studio, nello sport, potenziando la concentrazione e attenuando la sensazione di stanchezza; ma tutto questo non è risolutivo. Il disagio metropolitano occidentale contemporaneo, ha accentuato, inoltre, un diffuso bisogno di tutta quella serie di sentimenti che producono benessere e gioia quali tenerezza, affetto, senso di appartenenza, solidarietà condivisa, ecc., che, però, trovano difficoltà di espressione nelle relazioni interpersonali per aspetti difensivi e di vergogna. Mai apparire deboli, mai sentirsi veri, mai prendere consapevolezza dei propri limiti e problemi. Allora ci si butta sul divertimento, ma ciò che può sembrare e, che a detta di molti è un modo per divertirsi, nasconde in realtà un disagio profondo di persone rimaste pesantemente segnate dal fallimento di altre relazioni affettive (familiari e sentimentali), che rifuggono qualsiasi forma di impegno emotivo e che apparentemente si concedono alle relazioni senza però mai abbandonarsi. Tutto questo, porta a reazioni diverse che rimandano alla diversità insita in ognuno, dove, per esempio, alcuni reagiscono con equilibrio e stabilità ma ogni tanto compaiono variazioni in senso depressivo da dimenticare il giorno dopo, oppure, ci si butta nelle relazioni interpersonali senza però mai lasciarsi coinvolgere o di contro si entra in dipendenza totale, o, ancora, si può sentire di avere fiducia in se stessi e nelle proprie possibilità ma si sottovalutano le difficoltàcol risultato che ci si ritrova di nuovo a terra, ecc. Ciò che si intende oggi col termine ‘nevrosi’ veniva già trattato fin dai tempi dell’antica Grecia sotto la denominazione di ‘disagio’. Oggi, nel linguaggio psicologico tecnico, il termine ‘nevrotico’ viene riservato a persone che conservano le capacità più razionali e oggettive ma che avvertono un blocco nella capacità di uscire dalla situazione problematica. Per cui, nei diversi momenti della giornata, le ore della modernità vengono scandite contemporaneamente dall’ interesse e dalla voglia di farcela ma, anche, da un diffuso senso di inquietudine, da note malinconiche, dall’ ansia, tensioni muscolari, somatizzazioni come espressione di una voglia di vivere per essere.

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