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Giu 26

IL CASO DI UNA RAGAZZA CATTIVA

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CONSIDERAZIONI PRELIMINARI

Gli eventi narrati in questo articolo si basano su esperienze dallo scrivente vissute con una persona che ha richiesto una consulenza psicologica.

Tuttavia, è stato modificato il nome, alcune specifiche caratteristiche e dettagli a tutela e nel rispetto della riservatezza.

L’obiettivo dell’articolo è quello di rappresentare con fedeltà l’esperienza soggettiva del disagio psichico così come io l’ho percepito onorando, nel contempo, l’etica del segreto professionale insita in ogni relazione psicologo/cliente e mostrare come l’impossibilità di esprimere traumi precoci, può comportare una direzione di circostanze estreme alle quali non è possibile sottrarsi.

La persona citata ha accettato le modifiche apportate ansiosa di far conoscere a un pubblico vasto aspetti della propria sofferenza, anche se alterati nella forma, con la speranza che anche altri possano giungere a una maggiore comprensione del loro dolore.

Caso clinico individuale
di soggetto Dora, età 25 anni.

Luglio 2005, trentacinque gradi, un’aria immobile e silenziosa interrotta dallo squillo del telefono.

Il segretario riferirà che una donna ha insistito nel volere parlare direttamente con uno specialista prima di fissare un’eventuale appuntamento.

Alla seconda telefonata concordata, mi dice che necessita al più presto di incontrare uno psicologo, poiché, si sente “molto male da anni […] vivo sempre in una situazione di urgenza come in questo momento che ho finito le pillole […] mi trovo a Palermo in una vacanza diciamo lavorativa non riesco a trovare una farmacia […] sono già stata da uno psichiatra a Milano solo che mi ha dato da prendere pillole e stava sempre zitto invece io ho bisogno diciamo di un chiarimento […] sarebbe molto spiacevole se anche lei non capisce niente di quello che ho da dire, quindi per favore le chiedo di prepararsi a non pensare a se stesso, ai suoi problemi, ai suoi casini, dovrà ascoltare tutto ciò che dico con attenzione, perché ho bisogno di raccontare a qualcuno che ascolti veramente la mia disperazione”.

Il giorno e all’ora stabilita si presenta a consultazione Dora.

Dopo i classici convenevoli di accoglienza, Dora apre la conversazione cercando una sicurezza sulla mia libertà di pensiero, poiché, “già dalla professione che faccio mi sa che si scandalizzerà molto”.

Il lavoro di Dora, infatti, non è tra i più noti e nemmeno tra i più semplici; appena maggiorenne ha iniziato a fare l’escort-girl per una clientela molto particolare: per sole donne.

Specifica che la scelta, non è stata dettata tanto dal suo orientamento sessuale, definito “normale”, bensì, da esigenze di puro calcolo, perché, a suo dire, la clientela risultava essere parecchio vasta, abbastanza riservata e ampiamente generosa.

Addirittura, negli ultimi anni, avendo pubblicizzato la sua attività professionale attraverso siti internet, le richieste giunte sono state talmente tante, da condurla a diversi spostamenti in parecchie città Italiane, sino a Palermo, dove, nel mese corrente, si intratterrà con una serie di clienti che l’anno contattata.

Mentre ascolto, mi accorgo che l’immagine che mostra, spregiudicata, disinibita, fiera, diviene sprezzante quando cerca di individuare in me una qualche traccia di moralismo o vergogna e cede il passo a un volto tirato e affranto che, con voce silenziosa, apre alla triste constatazione che la decisione di intraprendere questa professione è maturata a seguito di “certi avvenimenti” sconvolgenti della sua infanzia che – secondo lei – l’hanno “segnata per sempre”.

Le chiedo, dunque, di raccontarsi, tuttavia, alzandosi impulsivamente dalla sedia, si reca verso la finestra, la apre con energia e accendendosi una sigaretta, risponde che “questo non è necessario – perché – non credo che il parlarne potrebbe farmi sentire meglio, preferisco dirle cosa mi fa stare male, così, lei mi dice che devo fare per stare meglio, anche perché se devo drogarmi con le pillole tanto vale che mi prendo qualcosa che almeno mi fa divertire … non so se ha presente, intiende? ” afferma ridendo.

“Cosa la fa stare male?” chiedo.

“Che strano è la stessa domanda che ho fatto io ieri a una mia cliente mentre le […]”

“Si ma tornando a lei? Cosa la fa soffrire?”

“Vede io mi sento sempre male. Ogni giorno convivo con questa sofferenza, sono sempre terrorizzata, ho un sacco di fobie, per esempio ho paura di morire, quasi ogni giorno della mia vita penso alla morte. A volte, ci rido sopra e mi dico dai Dora la morte può aspettare, oggi ce l’hai fatta, altre volte, invece, per me il pensiero della morte è insostenibile, come un’ossessione, certo io un po’ ci ho giocato con la morte, quando ero più piccola la sfidavo la morte, alcune volte, mi sono anche tagliata le braccia, e quando vedevo uscire il sangue era come se lo stesso pensiero della morte andasse via, mi sentivo più sollevata, oppure, quando sono con qualcuno, capisce in che senso vero? , mi annullo talmente che mi sembra di essere morta per davvero”

Le lacrime iniziano a scendere mentre dice che “io non ho mai avuto desiderio di vivere”.

Nel tentativo di creare uno spazio psicologico di accoglienza della sofferenza e possibile chiarificazione del disagio, improvvisamente Dora reprime il pianto sino a rispondere in modo arrabbiato, violento e agitato, alzando la voce di nuovo piange e miserevolmente cerca uno sguardo comprensivo per una ferita che vive in modo lacerante.

Di nuovo calma, certamente mossa da un’emotività intensa che richiede una repressione, specifica che non vuole farmaci per “dimenticare il problema”.

Anche perché, il tempo libero, lo trascorre in una palestra di boxe, è l’effetto sonnolenza gli impedirebbe di allenarsi che è “una delle poche cose che mi fa stare meglio”.
Quindi, invitata con tatto a esprimere il problema, di nuovo Dora fugge dal dolore centrando l’attenzione su quanto “essere sexy mi da un vantaggio sugli altri che però non capiscono che ho lottato per fare dei soldi […] non sapevo dove andare, come pagare l’affitto, dovevo arraggiarmi […] per me in quel momento la felicità era potermi comprare da mangiare, avere un tetto sopra la testa, sopravvivere, riuscire a sentire la mia voce”

L’incontro si concluderà con una breve dissertazione di Dora sulla mia incapacità, poiché, non ho “afferrato” i motivi della sua sofferenza, non fornendo neppure una veloce prescrizione per “risolvere il problema” .

Viene fissato un secondo colloquio la settimana successiva.

Anche questa volta Dora appare serena ma particolarmente adescante.

Apre la conversazione ringraziandomi per non avere riso di tutte “quelle lacrime” versate la scorsa volta, anche se, lei non sa darsi una spiegazione, poiché, erano anni “che non piangeva così”; non vorrebbe aver mostrato un’immagine errata di se stessa, anche perchè, lei tiene molto a far sì che gli altri pensino di lei come di una “donna bella, bionda a caccia di soldi […] ma in fondo io sono sempre sospesa tra paradiso e inferno”.

Del resto, prosegue che, secondo lei, coesistono due parti dentro sé che la fanno “stare a volte su altre volte giù […] come in una giostra, mi dibatto continuamente tra oscurità e luce come fossi sulle montagne russe. E’ come se la mia personalità fosse sempre divisa tra due metà opposte. Santa, puttana, bella, brutta, tenera, maligna, coraggiosa, impaurita ”

Invitata a raccontare cosa, secondo lei, le succede, riferisce “il nocciolo del problema”.

“Questa sono io, una pazza in delirio, mi piace la passione, mi piace la gioia, ma la follia troppe volte mi ha portato alla disperazione, come col sesso dove ho superato tutti i limiti, non ho limiti, ma non voglio che nessuno mi cambi, chi mi ama davvero deve accettarmi per quella che sono, deve lasciarmi essere me stessa, libera, finalmente libera […] io devo avere il controllo, di tutto, per esempio delle mie clienti conservo sempre un sapore di profondità e autenticità perché con me sono vere e […] ho incominciato a sentirmi sempre più male nel momento in cui ho pensato che ero morta per davvero perché questa vita che vivo non è quello che volevo, in fondo questa non sono io ma solo il risultato di ciò che mi è successo prima e […] ogni ragazza ha diritto ad una vita normale, seria, con un uomo dei figli. Vorrei cambiare vita, ecco tutto.”

Proprio questa consapevolezza la fa sentire come “spezzata”.
Sosterrà di stare male da quel momento; dal momento in cui è divenuta consapevole che non riuscirà mai ad avere una vita normale.

“io mi sveglio è penso da oggi cambio vita, cambio lavoro, mi trovo un ragazzo, degli amici poi, però, ricasco nella depressione più nera, allora ci riprovo l’indomani, è poi ancora è ancora, mi sento così stupida”

Continuando, descriverà di sentirsi spesso ansiosa, di avere numerose fobie (la paura della morte, la paura di trovarsi sola a casa, di affrontare situazioni sociali diverse dalla solita routine, delle malattie), e rituali obbligati e ossessivi come quello di controllare se le porte di casa sono chiuse ben tre volte, così come, contare i guadagni sempre tre volte.

Descrive, inoltre, come, delle volte, preferisce barricarsi a casa e passare tutto il giorno a letto in “una specie di ipnosi” dove “la mia mente è come se si svuotasse, come se fossi da un’altra parte ma non capisco dove”, oppure “ mi sento come un’automa, che si muove senza controllo”.
Alle domande sul passato familiare Dora evade; preferisce soffermarsi sul suo costante senso di solitudine, perché, non riesce ad intraprendere relazioni sociali soddisfacenti: “gli altri sono soltanto delle merde che pensano solo a se stessi, a giudicare […] sono così stupidi con la loro vita incasellata”.
Spesso non riconosce se stessa, perché, sente che in sé “ci sono due parti davvero opposte” che le fanno vedere le cose come “illuminate o completamente oscure”. A questo si accompagna un’insostenibile angoscia che si placa momentaneamente soltanto attraverso incontri sessuali casuali nel tempo libero o servendosi di sostanze psicoattive non soltanto legali.

Terminerà, dicendo di non volere continuare a vivere “eternamente sospesa tra paradiso e inferno, alto e basso, voglio avere un lavoro normale, qualcuno che mi ami e con il quale farci dei figli […] non ce la faccio più, non ce la faccio più, mi sento così sporca, così confusa e non riesco ad essere felice mi sforzo ma non c’è niente da fare”.
Per questo, riconosce la possibilità di intraprendere un percorso psicologico, poiché, si sente pronta per fare “un salto in salita non come quella volta che ho cercato di suicidarmi”.

La sconvolgente rivelazione, a termine dell’incontro, apre la porta ad una profonda e dolorosa minaccia che s’annida, prima di tutto, in un lato oscuro di se stessa che, come una trappola, un giorno lontano non ben specificato, l’avrebbe condotta a desiderare intensamente di “essere morta e quindi indifferente ai miei problemi […] in quel monolocale dove vivevo, dopo avere abbassato le serrande, lasciai le luci spente e cominciai a provare a tagliarmi le vene e cercando di resistere all’idea mi sono accorta che in me c’era un’opposizione consapevole e attiva”.

Al successivo incontro, Dora mostra un altro lato scisso del suo sé. Infatti, Dora, sente possibile rendere una comunicazione dei propri contenuti soltanto attraverso un’estrema rappresentazione degli effetti e dell’intensità del suo diniego. Nonostante i miei tentativi di instaurare un setting volto all’esplorazione delle sfere tenute distanti, Dora ha la necessità di portare a termine il suo discorso.
Un discorso, stavolta, che evidenzia quanta paura, svalutazione, giudizio e malevolenza, alcune parti del proprio ego attuano nei suoi confronti. “Sono soltanto una povera stupida, un’incapace, non sono stata capace di gestire me stessa […] sono un fallimento, mi sono portata con le mie stesse mani nella totale merda […] non mi piace quello che faccio […] sono prigioniera mi sento un relitto, mi sto distruggendo per non guardare in faccia la mia anima”

Il nuovo incontro si apre con un lungo silenzio.
Dora dice di avere molto riflettuto, nell’ultima settimana, soprattutto in ordine al fatto di essersi resa conto di non potere continuare a mentire.
“Mento a me stessa e mento a lei […] mi aspetto che lei lo capisca da solo quello che mi fa stare male, ma ho capito che soltanto io posso tirarmi fuori da tutto questo e per tirarmene fuori devo raccontarle una cosa …”

Tengo duro io “qualunque guaio le è capitato …”

“non si può immaginare” dice lei

“non posso cominciare ad aiutarla se prima non mi dice cos’è”.

Da adesso, tutto il colloquio, sarà centrato sui tentativi dolorosi di Dora nel riuscire a raccontare. Dora è bloccata.
Non riesce a dire cosa la fa soffrire.
L’incontro si concluderà con un diffuso senso di frustrazione, anche se, Dora adesso sa di potere finalmente raccontare, quindi, ci riproverà “la prossima volta”, perché non vuole passare “tutta la vita in questo modo […] la vita può essere bella […] non è giusto che io mi faccia così tanto del male per colpa degli altri […] meriterò qualcosa di bello”.

Al nuovo appuntamento, Dora è scossa per un sogno che ha fatto la notte prima.

Vedeva se stessa guardarsi allo specchio e apparire dietro di sé qualcosa di terribile e minaccioso, si voltava ed era se stessa. Fuggiva allora da quella che sembrava essere una stanza piena di ghiaccio, ma non poteva perché dei bambini orribili con i genitali in evidenza le sbarravano la strada. Provava a gridare allora, ma anche questo era impossibile perché sapeva che se veniva sentita rischiava di morire. Il ghiaccio si scioglieva, quindi, e lei iniziava a scivolare e sapeva che l’unica cosa che doveva fare era stare il più possibile ferma e zitta. Sentiva poi dei rumori provenire dall’alto. Alzava la testa è vedeva nel cielo dei gabbiani. Il rumore era di pistole. Qualcuno stava cercando di ucciderli.

Così, Dora decide di raccontare la sua storia dall’inizio alla fine.

Quindi, prima di entrare nel merito della situazione, sarà utile procedere ad una sintesi delle successioni che, sin dall’infanzia, interessano la vicenda di Dora e che si configurano come preludio per gli ulteriori accadimenti, per evidenziare le significatività di interesse psicologico e rilevare gli elementi affettivi utili ai fini della comprensione del caso.

Dora racconta che il suo nucleo familiare, viene posto per la prima volta all’attenzione dei Servizi Sociali, quando vengono rilevati elementi pregiudizievoli di una situazione di abbandono in cui riversano lei e il fratellino R.
E’ opinione dei servizi che i genitori, G. il padre ed M. la madre, – all’epoca conviventi – mantengano, tra loro, un difficile e tormentato legame, risultando, nelle competenze genitoriali, inadeguati e immaturi. L’accertata persistenza della conflittualità di coppia, emerge durante i rilievi sociali dalla descrizione che il padre fornisce della compagna, a suo dire, violenta e incapace di rispondere alle esigenze dei figli.
L’inequivocabile situazione di emergenza, in prospettazione delle criticità della coppia, desta particolare apprensione anche per la tribolazione manifestata dalla madre di Dora che attraverso frequenti e pericolosi comportamenti autolesionistici, troverà la sua apoteosi in un ricovero presso l’Ospedale di zona dopo essersi tagliata le vene ed il viso con una lametta.
Dora ricorda che in questa occasione, i medici e gli infermieri trattavano la madre “come fosse una povera pazza”.

Alla luce di questi elementi, il Servizio Sociale chiederà l’inserimento dei bambini presso una Casa Famiglia e il Tribunale, rilevati gli allarmanti elementi compromettenti di un’infanzia straziata, né confermerà l’inserimento.

All’arrivo nella casa famiglia, Dora riferisce che il padre racconta agli operatori di convivere con M. e che i problemi nella coppia possono essere risolti, minimizzando i motivi del ricovero in ospedale, smentendo che la moglie ha picchiato la figlia Dora.

Nel ricordo di Dora, durante questo colloquio, il padre appare consapevole della situazione valutativa mostrandosi molto “ossequioso” nel descrivere una situazione familiare idilliaca, scossa unicamente da problemi oramai superati.

Dora, si descrive come “una bambina sicuramente difficile, irritabile e aggressiva ma io non riuscivo più a parlare, stavo sempre in silenzio e bloccata”
Dora spiega anche la tremenda angoscia e l’immensa rabbia che provava nei confronti dei compagnetti con i quali, sin da subito, ha iniziato a litigare, graffiandoli. I primi momenti in Casa Famiglia sono stati per lei molto sofferti anche se, subito dopo l’arrivo del fratellino, si è rasserenata.
Nello stesso tempo, continuano ad alternarsi parecchi episodi di aspra ostilità tra i genitori, nei pressi della stessa Casa Famiglia, con notevoli ripercussioni psicologiche per Dora e il suo fratellino, tant’è che verrà ritenuto opportuno non permettere il rientro a casa nemmeno per il periodo di Natale.

L’incompatibilità caratteriale della coppia, caratterizzerà anche i successivi anni della permanenza nella Casa, producendo fluttuazioni destabilizzanti in Dora e l’attivazione di comportamenti inadatti – come ricorda la stessa Dora – non occultando, durante il colloquio con lo scrivente, un diffuso patimento.

Racconta che all’epoca soffriva di “episodi di enuresi sia notturna che diurna, vomito, facilità al pianto ed alla disperazione”.

Il suo gioco preferito era quello di far finta di partorire e quando questo veniva impedito, anche se veniva tempestivamente supportata dagli operatori della casa, non riusciva a capire l’inadeguatezza ma percepiva “un distacco come una separazione tra me e me stessa, tra ciò che vivevo in quel momento e il mondo dove, invece, mi trovavo”.
Non senza vergogna e nemmeno nascondendo le lacrime, racconta che, in molte occasioni, veniva sorpresa mentre “mi trastullavo con le feci e […] quando arrivavano le educatrici mi passavo provocatoriamente le mani sporche sui capelli ridendo scioccamente come per sfidarli e […] se provavano a rimproverarmi li minacciavo di infilarmi le dita in bocca e vomitare […] iniziavo poi a girare su me stessa come una trottola cercando di fare capire che a casa mia qualcosa non andava”.

I giochi con la bambole erano, invece, caratterizzati dal desiderio di tagliarle e tirare fuori gli occhi, dopodichè, provava un forte senso di colpa che la conduceva a isolarsi e a cercare di punirsi come quando una volta “ho rubato un’aspirina dall’infermeria e siccome mi avevano detto che ingerendola si poteva morire la presi senza pensarci due volte”.

Non riusciva nemmeno a dormire Dora se non coprendosi completamente e con la luce accesa, comportamento che ammette dura ancora adesso.

Soprattutto, alcuni comportamenti, si intensificavano a previsione dell’arrivo in casa famiglia della madre che, tra l’altro, durante una visita, la minaccia di non fare capire a nessuno il loro segreto, altrimenti, non potrà più tornare a casa con lei.
Passa il tempo e Dora ritorna a frequentare la scuola.

Nel contempo, i genitori sono tornati a convivere ma lo stesso il Tribunale incarica il Centro Affidi di reperire una coppia adeguata di sostegno. Dora non ne comprende i motivi.
Il tentativo con una coppia selezionata, però, fallisce miserevolmente per le difficoltà mostrate da Dora nel contenere i suoi comportamenti.
Al ritorno nella casa, durante gli incontri, la madre si mostra incapace di contenere i bambini, in particolar modo la piccola Dora che esprime comportamenti strani in sua presenza.
Gli incontri vengono ricordati da Dora come “caotici” e in una delle visite in cui è anche presente il padre, gli operatori, richiamati, la trovano in preda ad una crisi di pianto mentre “mi graffiavo il viso e le braccia”.

Così, il malessere di Dora, durante gli anni di permanenza nella casa, la porta a sentire un “forte interesse per la sfera sessuale”, arrivando a provocare, con gesti e frasi inopportune, alcuni operatori maschi della casa, oppure, oppure chiedendo aiuto attraverso crisi caratterizzate da rabbia autodiretta ed un ritiro dal mondo dove “non comunicavo più mi sentivo come un burattino”.
Proseguendo, i dissapori nella coppia, le loro pressioni e il conseguente patimento di Dora e il fratellino, attraverserà i successivi anni facendo procedere istituzionalmente nel tentativo di circoscrivere le inevitabili e drammatiche conseguenze.
Viene selezionata una nuova coppia di affido, tuttavia, anche questo nuovo tentativo, terminerà con un esito negativo.
Di nuovo in casa famiglia, nonostante i buoni risultati a scuola, Dora mantiene comportamenti “come il silenzio, fare la pipì a letto o a terra e distaccarmi dalla realtà”.
La tormentata vicenda, dunque, porterà alla luce circostanze sino ad allora rimaste poco chiare e sconvolgenti rivelazioni che paralizzano Dora in un’inquietudine dilagante.
In merito ad un rientro in famiglia dei minori, Dora, nella casa famiglia, chiede un quaderno per poter “annotare le mie esperienze” .

Così, Dora, inizia a raccontare ciò che all’epoca per lei era “il segreto”.

Esordisce raccontando che era usuale che la madre la picchiasse. Non ricorda quando ha iniziato, è consapevole, però, che ogni giorno era caratterizzato da un clima di terrore dove era conveniente stare fermi per evitare che la madre si “arrabbiasse”.

Anche se stava semplicemente a giocare, oppure, si muoveva per casa, o ancora, commetteva un minimo errore che faceva sussultare il silenzio imposto (“anche per andare in bagno”), questo, attirava immediatamente l’attenzione della madre che, “come una furia” si dirigeva verso di lei e iniziava a urlare e a schiaffeggiarla violentemente.

Il padre rincasava soltanto la sera e Dora, all’inizio, gli raccontava gli avvenimenti “e pensavo litigasse sempre con mia madre per questo motivo.”
Quindi, nel tempo, ha preferito non dire più nulla. Letteralmente più nulla.

Anche perché “improvvisamente mio padre ha cessato di interessarsi a me […] ricordo che all’inizio, forse avrò avuto tre anni, aspettavo con ansia che lui tornasse a casa e quando tornavo correvo ad abbracciarlo piangendo dicendogli ‘la mamma sai’ e lui si voltava e sembra va mi difendeva, poi ha smesso di farlo, non gli è interessato più aiutarmi […] se mi soffermo a pensare a quel periodo l’immagine che mi si fissa in mente è il volto di mia madre con l’espressione estasiata piena di piacere per avermi fatto male.”

Le molestie vengono fatte risalire sia al tempo precedente al ricovero in comunità, sia al successivo. Gli abusi terminano nel momento in cui, gli operatori, rilevate le circostanze considerabili indiziarie di molestie, informeranno le autorità competenti.

Secondo lei, si trovava in Casa Famiglia a causa delle violenti liti dei genitori a causa sua, alle quali assisteva e delle quali ricorda un’occorrenza dove “mio madre mi ha legato nel letto”. Ricorda, inoltre, che a casa provava anche a proteggere il fratellino, poiché, la madre “stava male di testa. Era sempre nervosa. Mi dava botte spesso e senza motivo”

Questi fatti, riconducibili ad abusi patiti, sarebbero avvenuti “un sacco di volte”.

Una volta, però, in estate, in un complesso residenziale, mentre lei giocava vicino la piscina, la madre, dopo averla invitata a sedersi con lei sul bordo, le ha detto che era oramai tempo che imparasse a nuotare, così, con una “forte” spinta la fa cadere in acqua.

Dora, ricorda il lento giungere sino al fondo, il suo pensiero che sarebbe morta, e il vedere da lontano delle braccia che andavano verso di lei.

Qualcuno si era buttato giù per salvarla e mentre lei terrorizzata cercava di respirare osservando il cielo ascoltava la madre dire alle persone che non sapeva come lei fosse scivolata giù.

Durante l’incontro con lo scrivente, Dora ripercorre la storia delle violenze patite lasciandosi andare alla considerazione di sentirsi come se non avesse mai avuto dei veri genitori, non dissimulandone la drammaticità, come quando mi chiede direttamente: “perché secondo te mi ha fatto questo?”

Altre volte la madre le ha detto “un giorno ti uccido e mi bevo il tuo sangue” e così, quel giorno, ha tentato di soffocarla attraverso il cuscino, fermandosi soltanto per l’arrivo del padre che chiamerà l’ospedale per i tagli delle vene e del viso della moglie con una lametta.

In lacrime Dora afferma che “non capivo che cosa avevo fatto questa volta di male”.

Dora è rimasta in diverse strutture sino al compimento della maggiore età.

Successivamente, diverse circostanze, insieme ad un diffuso patimento, l’hanno condotta in ciò che è un labirinto di sofferenza.

La madre, ha ricevuto le cure opportune e sembra avere dimenticato il loro segreto. Ancora si frequentano, è tutto questo sembra non essere mai successo.

Alla fine dell’incontro, Dora esprime sollievo.

Un sollievo perché finalmente ha potuto “dire” a qualcuno la sua storia.

L’ultimo incontro, Dora comunica che deve ritornare nella sua città.

Desidera ardentemente risolvere i suoi problemi e “guarire” per costruire e ottenere una vita normale.

Affermo la mia posizione di alleanza con lei e ribadisco la necessità psicologica di dare agli avvenimenti del suo passato la giusta e reale cornice psicologica, perché, il contrario comporterebbe un danneggiamento costante del suo benessere.

Dora accetta.
Comprende il suo reale ruolo di vittima.
“Capisco la mia rabbia, la mia paura … non ero colpevole di niente”.

Dopo circa un anno, Dora mi telefona per comunicarmi che il suo stato di sofferenza emozionale si è finalmente placato a favore di numerosi cambiamenti effettuati nella sua vita, tra cui, frequentare un corso di formazione professionale, avere cambiato lavoro e vivere serenamente una storia con un ragazzo.
Mi ringrazia per aver dato inizio a questo progetto nel momento in cui non ho avuto paura delle sue reazioni di rabbia, disperazione e dolore.

Dichiara di sentirsi molto sollevata da quando ha capito che non è mai stata colpa sua.

“ ho capito che continuare ad arrabbiarmi con lei per tutto quello che mi ha fatto significa per me continuare a soffrire e non vivere perché rimango sempre ferma allo stesso discorso. Adesso voglio pensare a me stessa, non dico che la perdono, non credo questo possa mai essere possibile, però ho capito che arrabbiarmi per tutto quello che è successo mi porta solo a essere violenta con me stessa e fare una sorta di riverenza al passato. Si, penso che la rabbia sia una forma di idolatria, adoro un’immagine del mio passato che produce in me reazioni e comportamenti, così mia madre continua a controllarmi e questo non voglio più permetterlo”

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Da quando ho incominciato la professione di psicologo ho sempre avuto la sensazione che la vita sia come un cerchio dove noi stiamo esattamente in piedi nel suo centro. Tutto quello che sta al di là del cerchio è la zona di disagio. Parlare in pubblico, cominciare qualcosa di nuovo, cambiare, le paure. Sta tutto lì.

La qualità della soddisfazione personale è determinata dalla frequenza con cui si allarga questo cerchio, assumendosi gli eventuali rischi.

Affrontare le sensazioni terribili, cercare di comprendere cosa le ha causate, espande questo cerchio sino ad uscire dalla prigione del malessere.

La terribile storia di Dora ci ha confermato come l’origine del disagio la si rintraccia anche nell’impossibilità di esprimere traumi precoci e nella necessità che tali traumi trovino una adeguata accoglienza.

I genitori delle persone con disagio si configurano sia come oggetti fantasmatici che si agitano nella psiche, sia come persone reali e concrete che, nel caso di Dora, hanno inflitto una sofferenze reale.

Una maggiore capacità d’integrazione avviene nel momento in cui si consente al soggetto di ritrovare le caratteristiche e gli atti dei torti subiti e di riscoprire e accettare la risposta emotiva restata sino ad allora inespressa.

Non nego che mentre Dora a testa bassa raccontava gli abusi patiti, quello che sentivo dentro io era furore.

Parecchie volte, ripetevo le domande e di nuovo lei mi diceva qualcosa che non capivo, perché parlava a voce troppo bassa.

Una voce silenziosa.

Ascoltando, però, capivo cosa era successo, come aveva fatto a precipitare nel pozzo di quello che era la sua vita.

Infatti, Dora ripercorrendo il suo passato, dai dissapori feroci delle sue figure di riferimento, agli intensi, difficili e tormentati anni di permanenza in comunità, sino alla rivelazione del letale segreto, ci svela quanto possa insediarsi nell’anima il germe della sconfitta e della distruzione, nonché, quanto violento e devastante arrivi a essere un danno psichico così crudele e straziante.

Indubbiamente, la sintomatologia manifestata da Dora, è apparsa congrua con gli avvenimenti vissuti nella realtà passata. Ovvero, le evidenze cliniche di un sé mentale sull’orlo di un’alterazione al limite, si connettono, in modo significativo, con gli indici di sofferenza psichica che, la letteratura di settore, spiega come effetto di patimenti concreti in merito a gravi fatti patiti nell’infanzia.

Da ciò, è apparso necessario fondare uno spazio psicologico di ascolto e sostegno per fornire aiuto e solidarietà nel difficile processo di riconoscimento della violenza subita.
Un riconoscimento della realtà come reali attacchi subiti a opera della madre verso se stessa ripristinando, così, i dati della realtà, annullando i messaggi metacomunicativi che generavano, già da molti anni, un’elaborazione cognitiva della ragazza, verso se stessa, come colpevole e sbagliata.

La morte, per definizione, è la fine della parola e della comunicazione.
Ciononostante, anche se i morti non parlano, a volte, hanno bisogno di alcuni intermediari che possano riferire le ferite dell’anima e la richiesta di aiuto per trovare la pace eterna.
Nella stretta morsa rovente dell’estate, l’intero discorso di Dora si è caratterizzato per la presenza di ombre oscure che minacciavano la più temibile delle catastrofi: l’infanticidio.

Un’ombra spietata che ha condotto Dora a passare i limiti del comune senso del pudore e a scegliere azioni di vita e comportamentali particolarmente trasgressive ed efferate per nascondere la terribile verità.
Una verità impossibile da raccontare per la minaccia che straniere forze interne potevano trascinare senza pietà in un baratro di angoscia.

Dora ha utilizzato lo spazio di consulenza per presentare se stessa in modo sfaccettato – sofferente, scandalosa, realista, ottimista – è, come in un ring, si è spinta oltre le normali linee di confine per generare uno scontro tra vita/morte, cielo/inferno, normalità/trasgressione, colpevole/vittima il cui esito finale era la possibilità di avvicinarsi al mondo – rappresentato dallo psicologo e dal suo setting – per ottenere assoluto ascolto della verità.

Una verità drammatica, provocatoria, pervasa di tensione emotiva e dolore, con penose mancanze.

Il pericolo della morte.

“sentivo che lei voleva uccidermi e non capivo perché … ho pensato che ero io a essere sbagliata … mio padre non c’era ero sempre sola con lei … non riuscivo a odiarla ma nemmeno a farla smettere”

L’odio estremo di un genitore, della propria mamma nei confronti di un bambino.
Schiaffi non carezze.
Urla disgreganti non favole della buona notte.
Pericolo di vita incombenti non altalene e giostre.

Dora aprendo la stanza buia del suo passato, fa vedere non solo il macabro orrore delle sue sconvolgenti rivelazioni, ma anche, come dietro una vita considerata ai margini possano trovarsi individui sensibili che tentano soltanto di fare recepire il loro disperato e silenzioso appello a tutti noi.

L’appello di non negare mai la verità.

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