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Giu 26

La depressione nei bambini: non facciamo finta di niente

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Molti studi psicologici confermano l’esistenza della depressione nei bambini in età scolare e persino prescolare. Le manifestazioni della depressione infantile apparentemente appaiono simili alla depressione negli adulti ma, in realtà, il profondo ‘mal d’essere’ è inserito nel ‘tipico’ mondo infantile, quindi, con timori e preoccupazioni riguardanti, ad esempio, i compiti e il gioco. I sintomi si esprimono in una terribile tristezza insieme ad apatia e chiusura, ridotta capacità di provare gioia per le comuni attività, sensazione di essere rifiutati, turbe somatiche (cefalea, dolori addominali, insonnia, ecc.), episodici comportamenti da sciocco, da pagliaccio e persistente rimurginazione e sensi di colpa tremendi. La depressione nei bambini può anche accompagnarsi a perdita di peso, abbattimento e idee di suicidio come ci scrive un navigatore (nick: max): “avevo 5 anni e ricordo che presi la lametta con cui mio padre si faceva la barba e la nascosi convinto che o quella sera o un altro giorno l’avrei usata per uccidermi. Passarono molti anni prima che la buttassi”
La depressione può anche apparire nascosta da iperattività o da comportamenti aggressivi e antisociali. Ovviamente i fattori scatenanti sono da rintracciare all’interno dell’ambiente familiare e sociale che possono avere creato situazioni altamente stressanti per il bambino determinando la depressione. L’ipotesi che formulo in questo articolo, mossa anche da evidenze cliniche, riguarda la possibilità che la depressione infantile sia in stretta relazione con modalità di attaccamento disturbate o difficoltà di affermazione del Sé individuale durante la crescita. E’ ipotizzabile, infatti, che le note depressive siano la conseguenza di angosce infantili derivanti da disturbi dell’attaccamento con le figure genitoriali. Una relazione difficoltosa, infatti, blocca l’esperienza dei fenomeni transizionali strutturando, così, una personalità depersonalizzata. Quando il bambino non riesce a sviluppare quella naturale illusione che gli fa credere di poter tenere i genitori sempre con sé creando così uno spazio interiore dove collocarla, non attiva dei sani processi di separazione-individuazione determinando, così, una sensazione di vuoto abbandonino e depressivo. La sensazione di impotenza nel mantenere un legame affettivo instabile diviene una frustrazione intollerabile che determina un vissuto depressivo. In età infantile è possibile riscontrare almeno tre diversi nuclei depressivi: una forma di depressione con sintomi somatoformi spesso associati a disturbi del sonno, enuresi, tic o balbuzie; una forma depressiva che si manifesta con difficoltà scolastiche associate a difficoltà di concentrazione, irritabilità ed intolleranza alle frustrazioni, noia e scarso interesse per le attività didattiche; e una forma depressiva che si evidenzia con disturbi del comportamento quali agitazione psicomotoria, aggressività improvvisa, atteggiamenti buffoneschi, fluttuazioni emotive. Noi di ‘psicologia e dintorni’ sottolineamo con forza l’utilizzo di altri metodi di cura contro la cultura psicofarmacologica che può circoscrivere il sintomo ma non risolvere le cause soprattutto nei bambini e adolescenti; nello specifico, non si possono anestetizzare le emozioni di un bambino per mettere a tacere le coscienze delle figure adulte che hanno scatenato in lui tali malesseri. Il problema fondamentale è da rintracciare nel rapporto sofferente tra adulti e bambini dove i più piccoli diventano una sorta di condensazione del clima affettivo che esiste tra i genitori. Soltanto nella mia odierna giornata lavorativa, una giovane donna mi ha raccontato della freddezza, del disamore e della terribile conflittualità che percepiva in famiglia. Lei è diventata talmente tanto estranea a se stessa che soltanto oggi si sente incoraggiata a tirare fuori il suo dolore. Da recenti ricerche internazionali si evidenzia che 1 bambino su 6 soffra di disturbi psichici e, in Italia, i servizi per la salute mentale stimano un numero oscillante fra 8 e 22 bambini su 100 che soffrono di disturbi psichici di vario genere spesso ignorati o sottovalutati dai genitori. Lo stato definito “di nervosismo”, ad esempio, interessa – secondo una recente indagine Eurispes- quasi il 30% dei ragazzi che frequentano le superiori, percentuale che va aggiungersi al quasi 10% che denuncia uno stato di stress, mentre più del 6% dichiara di soffrire di depressioni e il 5% di una condizione di ansia. 1 adolescente su 2 dichiara di vivere in uno stato di sofferenza psichica e l’8,6% fa uso di tranquillanti e antidepressivi e droghe tra le più svariate. Tonino Cantelmi, professore di psicopatologia all’Università Gregoriana di Roma, sottolinea il rischio di vedere il farmaco come ‘la soluzione’, mentre, fondamentale, è l’intervento psicologico. “Il bambino ha tutto il diritto a non dover subire scorciatoie – ha ribadito il sottosegretario alla Salute, Antonio Guidi – perché oggi vive in una società che si dice più sensibile alle sue esigenze, ma che lo considera soprattutto come possibile acquirente, allontanandolo da se stesso e dall’adulto”. Il bambino necessita della dedizione, del tempo, della cura, dell’amore di tutti gli adulti. Se questa capacità empatica primaria non è mantenuta, il bambino perde via via energia vitale e il tono emotivo crolla. Il bambino, così, attraverso sintomi o comportamenti preoccupanti, inizia a chiedere comprensione e affetto. A volte, purtroppo, quel naturale amore non arriva mai. Ma non sono solo i genitori le uniche figure adulte nel contesto in cui un bambino è inserito. Non chiudete gli occhi. Non lasciamoli soli. Non facciamo finta di niente.

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