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Giu 26

L’inquietante cocaina: superare i limiti dell’umano

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Si è diffusa l’idea che parlare di tossicodipendenza sia qualcosa di in, alla moda come scoprire quanto sia legittimato socialmente l’uso di cocaina accompagnato dallo scandalo mediatico. Prima Kate Moss, poi Lapo, e poi ancora, addirittura, i politici italiani e dell’europarlamento. Ma, per descrivere un fenomeno cha a tutt’oggi devasta e, soprattutto, nel rispetto di tutti i morti per eroina e di aids legata all’uso, dobbiamo fare un passo indietro. Senza una precisazione, però, Kate Moss, nota tossicodipendente dopo anni passati nella dipendenza totale da sostanze stupefacenti e salotti rock, ha smesso, però, questo non significa che è il simbolo della vittoria sulla dipendenza; molto spesso, l’interruzione dell’uso di una qualsivoglia sostanza, comporta fatica e decadimento fisico e psicologico per cui, chiunque cerca un’icona a cui riferirsi per rappresentare l’interruzione del circolo perverso della dipendenza dovrebbe togliere gli occhi dalle vetrine della moda e posizionare lo sguardo nell’altrove di coloro che hanno sofferto e ce l’hanno fatta. E, visto che ‘farsi’, viene descritto come un ‘viaggio’, facciamo anche noi il nostro viaggio per comprendere il fenomeno e andiamo indietro sino agli anni 50 e lì scopriamo come l’uso di sostanze riguardava gruppi ristretti di intellettuali e ricchi borghesi, ma, sarebbe durato poco, poiché negli anni 60, con la diffusione degli psicofarmaci, le sostanze psicoattive sarebbero entrate di diritto nelle case degli Italiani; di lì a poco, la diffusione si sarebbe sparsa tra i giovani e da lì, i primi decessi. E’ l’era dei gruppi contro-culturali, dell’hashish, dell’ LSD, della morfina tutte droghe di aggregazione giovanile del movimento psichedelico dove estendere la propria coscienza è prioritario e la liberazione dei falsi modelli adulti l’obiettivo finale della profonda contestazione ribelle che porterà agli hippy. Gli anni 70 sono gli anni dell’eroina, dei problemi interiori, dalla ricerca di una fuga da una realtà vissuta come insostenibile, da un mondo materiale e corrotto, fuga che per alcuni, culminerà con la morte per overdose. Gli anni 80, invece, sono gli anni della ‘Milano da bere’ e la cocaina si diffonde in tutti i contesti sociali e rappresenta una sorta di sindrome amotivazionale, mista di noia, curiosità e, l’uso di coca, diviene compatibile con uno stile di vita adeguato allo spirito dei tempi che enfatizza il senso di realtà, la razionalità e la capacità di raggiungere livelli di efficienza e di rendimento sempre maggiori, consentendo così, di raggiungere scopi altamente valorizzati dalla società come il successo, la carriera e il sostenere la competizione. Gli anni 90 sino ai giorni nostri sono gli anni ancora della cocaina ma, anche, delle droghe sintetiche che esaltano l’umore; l’ecstasy, infatti, genera benessere per il bisogno di successo, di iperattività, di entusiasmo e permette di sentirsi produttivi ed efficienti soprattutto nei rave. Come si nota, la tossicomania, è una vera e propria espressione di disagio di ogni momento della nostra società. Ma è anche una copertura di una profonda sfiducia in sé, di un’ insicurezza negli altri. Per la psicologia alcuni eventi nell’infanzia riguardanti una carenza nella costruzione dell’immagine di sé sono sicuramente coinvolti, visto che molti utilizzatori di sostanze sentono dentro di sé un’incompletezza che descrivono come essere pezzi infranti di uno specchio rotto; ma, nell’uso, sopratutto nel periodo adolescenziale, il bisogno arcaico di iniziazione può determinare l’incontro con la sostanza per la sua ritualità e per la sfida con la morte, cosicché, si mostra a se stessi di essere eroi e di essere vivi. Certo, la famiglia è coinvolta nella tossicomania, soprattutto famiglie che si basano sul disordine e sull’incapacità di dare autonomia all’identità dei figli. Però, la questione droga, anzi di tutte le droghe (compresi alcol, psicofarmaci, bevande vegetali eccitanti ecc.) ha prodotto nelle persone l’idea che l’uso controllato, ad esempio l’utilizzo diffuso della marijuana limitato al weekend, non sia da ricondurre ad un disagio psicologico, ma solo ad un bisogno di rilassamento. Non è così. L’abuso è una delle possibili conseguenze dell’uso ripetuto, ma, tra gli elementi chiave dell’addiction come perdita di controllo, vi è il processo psicologico di memorizzazione, cioè, il fatto di ricordarsi che una certa esperienza è stata piacevole l’ultima volta che si è verificata e, quindi, la si vuole riprovare. Oggi, infatti emerge la figura del consumatore del tempolibero, dove la cocaina ha un ruolo marginale ed è vissuta come droga della notte per riuscire a incrementare le performance; ma, esiste anche il policonsumatore che usa compulsivamente diverse sostanze. Il potere di attrazione che le droghe esercitano e strettamente collegato alle credenze e alle aspettative sui loro possibili effetti. Ma quali sono i bisogni che le sostanze soddisfano? Molti riferiscono che sentono il bisogno di modificare ed espandere gli stati di coscienza, la ricerca di sensazioni forti, per la facilitazione sociale ed eccitazione nel tempo libero, per migliorare l’immagine di sé, per sentirsi autonomi, come sfida, emancipazione, appartenenza e prestigio o, per ridurre stati di disagio e regolare le emozioni che fanno stare male. Paradossalmente il vino è la prima sostanza con cui, ciascuno familiarizza nella propria infanzia; prima o poi lo si incontra a tavola. Poi, il caffè e la sigaretta e, queste appaiono normali; al contrario, l’eroina simboleggia la fuga di giovani sottoprivilegiati, fragili e disturbati. L’immagine della cocaina, invece, come dimostrato dai massmedia è fortemente attrattiva, è centrata sull’idea che ad essa ricorrano persone forti, intraprendenti, trasgressive, desiderose di incrementare le proprie risorse personali. Come se, riuscire a superare i limiti dell’umano, diventare super-uomini, fosse una reale esigenza della condizione umana.

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