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Giu 26

Bullismo shock: scuola e invasioni barbariche

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La scuola è di nuovo sotto accusa e, genitori, insegnati, politici si interrogano per cercare di comprendere e trovare soluzioni reali per l’ondata di violenza shock che i più giovani manifestano nel contesto scolastico (e non solo). Ma, prima di entrare nel merito della mia riflessione psicologica sugli avvenimenti, non posso non sottolineare che, il dibattito, mostra l’aggressività giovanile come se fosse un fatto nuovo, non facendo riaffiorare alle menti avvenimenti del passato che già hanno evidenziato la presenza di un malessere molto forte tra i più giovani, quali, ad esempio, sassi buttati giù dai cavalcavia, orridi omicidi commessi da adolescenti con a capo Erika, atti vandalici tra i più svariati, ecc.; si parla di disagio giovanile, che si esprime con comportamenti aggressivi e al limite del rischio e della morte, come se fosse un fatto nuovo sconosciuto al nostro paese. Tra l’altro, sicuramente uno degli errori che si commette nel tentativo di capire il fenomeno, è quello di trattarlo come separato da sé, poiché, molti pensano, che riguarda le nuove generazioni e, si crea, così, psicologicamente, una separazione tra giovani e adulti, dove i giovani appaiono enigmatici, incapibili e ‘stranamente’ violenti, inseriti in un mondo adulto ‘normale’ che li osserva e, se ne dissocia perché non può comprendere ciò che è giovane; purtroppo, non è così. L’adolescente in realtà, con il suo disagio e malessere, riflette, come uno specchio, quel particolare momento storico e culturale in cui è inserito; momento storico è culturale che è adulto. Il motivo del fallimento di molte politiche e progetti di intervento sul malessere psicologico giovanile è proprio questo: trattare il disagio giovanile contemporaneo come qualcosa che non appartiene al mondo adulto e, presupporre che la sua risoluzione, deve trovarsi soltanto nei giovani.
(Torino) Un ragazzino down, in una classe con ragazzini diversi da lui, debole, solo, senza la mamma e il papà, probabilmente con handicap cognitivi che possono non fargli cogliere appieno ciò che sta avvenendo attorno a lui, circondato, braccato, aggredito, schernito, insultato e picchiato da ragazzini più forti di lui che ne fanno il capro espiatorio di un gruppo che sollecita, ride e, indifferentemente, osserva. Il mediatico avanza, tutto viene filmato e messo su google nella categoria dei video che più fanno ridere, occupa immediatamente le più alte posizioni tra i video più scaricati e, tutto il mondo, può osservare, impotente, quel ragazzino down che diventa la riproposizione archetipica lontana dell’arcaico simbolo del più debole che, crocifisso, bruciato al rogo, o dentro camere a gas, soccombe al più forte. (Ferrara) Ragazzine quindicenni, nuove amazzoni della tanto sbandierata tendenza delle ‘pink-girls’ con una vera e propria spedizione punitiva, aggrediscono e picchiano una compagna colpevole di essersi innamorata di un ragazzo che interessava a loro. Altre ragazzine altre storie, come il raccapricciante fatto di bambine prostitute tenute prigioniere, schiavizzate e segregate a Roma. A tutto questo il mondo adulto come risponde? A parte i diversi forum che si possono rintracciare su internet di frasi che esprimono violenze tra le più svariate, è disponibile nei negozi, un video gioco pensato, messo a punto e realizzato dalla mente di adulti diretto a ragazzini, che prevede, nel caso di vittoria, seppellire viva una bambina. Con la modernità che avanza, quindi, sembriamo tornati indietro di secoli alle barbarie e, il presidente del consiglio, che apostrofa gli Italiani come impazziti perché non comprendono la finanziaria, forse, non dovrebbe tralasciare di osservare il costante delirio emozionali e psichico che attraversa e che, ad esempio, in una casa di riposo (Roma), ha visto medici e infermieri, adulti, maltrattare gli anziani residenti. Che bella scuola! Reale e di vita. Senza tralasciare l’avvenimento di quella professoressa che, sorpresa in inequivocabili atteggiamenti sessuali con 5 ragazzi in classe, ad alcuni, ha fatto sorridere perché il fatto sembra il revival di quei film erotici anni ’70, oggi considerati cult-movie, che avevano come protagoniste insegnati e maestre. Purtroppo non è un film che la scuola tra bullismo, shock e inadempienze è una vergogna: noia, demotivazione, mancanza di rispetto, classi sovraffollate, ritmi massacranti per i professori, competenze parcellizzate e bullismo. Il bullismo, è presente anche in Sicilia come testimoniano molti dati. Psicologicamente, il bullismo è un’azione di prevaricazione e prepotenza, attuata da un singolo o da un gruppo, esercitata in maniera continuativa nel tempo, che comporta azioni di molestia e aggressività nei confronti di una vittima predestinata. Le azioni possono manifestarsi sia in modo diretto, con attacchi espliciti, sia in forme di isolamento sociale nei confronti della vittima. I ragazzi troppo aggressivi o, troppo poco aggressivi, hanno cause simili legate a situazioni psicologiche non risolte che hanno prodotto una fragilità emotiva e caratteriale con risposte aggressive nelle sue due forme: aggressività diretta al mondo esterno e, aggressività rivolta al mondo interiore. Manifestano, infatti, una continua tensione e insoddisfazione correlata a sentimenti di vuoto e inadeguatezza espresse in condotte aggressive, violente e antisociali, ma anche a condotte passive, introversione e isolamento come nel caso della vittima. Quando le azioni di prevaricazione sono continuative nel tempo, si crea un sottile legame che lega il persecutore e la vittima. Per comprendere questo, gli adulti, possono, ad esempio, fare riferimento a tutte quelle situazioni di violenza (agita o passiva) quali, ad esempio, donne maltrattate da uomini che hanno sposato, soprusi costanti nel mondo del lavoro (tra cui il mobbing), ecc. Tra i fattori che predispongono al bullismo, sicuramente stili educativi improntati allo scarso coinvolgimento emotivo, alla coercizione o al permissivismo influenzano, però, è errato considerare il persecutore come violento è basta, perché, molto spesso è un ragazzino che vive una situazione di violenze, anche non verbali e psicologiche nei suoi confronti, da ciò, attraverso l’uso della manovra mentale dell’identificazione con l’aggressore, cerca di mantenere sotto controllo, dentro di sé, i traumi psichici per la realtà caotica che vive. Facile dire bullo, camorrista, assassino ma, fintanto che non si avrà il coraggio di guardare al mondo interiore e cosa cela, sarà difficile capire come intervenire. Richiamandoci alla legge 292/97 art. 4 per lo sviluppo del benessere e il miglioramento della qualità della vita dei minori, si sottolinea come la scuola, oltre che nel suo ruolo di educazione del minore, ha una responsabilità decisiva nell’azione di prevenzione e contrasto del bullismo, dovendo richiamare con fermezza valori quali il rispetto della persona, della convivenza civile e al confronto non aggressivo. La scuola dovrebbe credere ad un bambino reale con la sua soggettività ricca di emozioni, storie e imprevedibilità. Il bambino/ragazzo, non deve essere spinto alla competizione con gli altri compagni di classe, o al primato scolastico e sociale. Spesso la scuola rende i bambini insicuri sviluppando insicurezze e ansie che iniziano già nelle interrogazioni e, molti adolescenti, raccontano come nelle classi si vive l’incubo dell’insuccesso ma, la scuola deve favorire la crescita e lo sviluppo armonioso della personalità del ragazzo, tenendo conto della necessità dei genitori che lavorano e sono estremamente preoccupati che la struttura scolastica non sia in grado di accogliere, favorire la socializzazione e il benessere collettivo. E ora di fare prendere alla scuola una nuova direzione. A questo proposito, sarebbe auspicabile che, come nella maggior parte dei paesi europei e statunitensi, lo psicologo fosse presente nelle realtà scolastiche con un vero e proprio sportello di consulenza e non, con lavori a progetto brevi, precari e circoscritti.
Infine un consiglio ai ragazzi che ingoiano umiliazioni e lacrime, il consiglio di parlarne, di non tenere tutto dentro, di rivolgersi all’insegnante, al preside, alla polizia, allo psicologo, alla famiglia a chiunque possa aiutarli, perché il coraggio si mostra non subendo ma avendo la forza di uscire dal vincolo della paura e chiedere aiuto.

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