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Giu 26

Cogne: cronaca di un enigma annunciato

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Anna Maria Franzoni, la mamma di Cogne, torna nuovamente a far parlare di sé, attraverso la pubblicazione di un libro-memoriale dove racconta la sua verità e i suoi vissuti inerenti quella tragica mattina dove il figlioletto, Samuele, non sapeva di andare incontro alla morte, in un giallo enigmatico che appassiona e divide l’Italia intera (una famiglia normale, con una storia normale, e una quotidianità altrettanto normale, può trovarsi all’improvviso scossa e letteralmente travolta da un avvenimento così agghiacciante e terribile).Tutti si sentono coinvolti in una lotta contro il tempo per impedire una catastrofe che, in realtà è già avvenuta, e che gira attorno ad una protagonista di rara incisività che ci corteggia e ci seduce dal teleschermo quasi come volesse ucciderci con una forte capacità d’attrazione nel rendere ciascuno protagonista delle indagini. Chi è il colpevole? Un thriller che davvero lascia senza fiato e, l’opinione pubblica, con assoluta devozione e, con ferrea attenzione dei media, preferisce guardare alla protagonista non come una madre che ha il diritto di essere consolata, con tenerezza o con pietà o, come una donna che ha il diritto di proclamarsi innocente sino a prova contraria ma, come una madre selvaggia, barbara, inumana e perversa. Attraverso questa proiezione collettiva il pubblico si impegna ad analizzare la natura del male, l’ineluttabilità del fato e della follia, cioè di ciò che nella vita di tutti i giorni s’annida nella società e nei lati più oscuri di alcuni essere umani; tutti a guardare più profondamente e dolorosamente nell’anima nera della modernità. Al di là delle vicende processuali tutt’ora in corso e, dalle quali non è il caso pronunciarsi è opportuno, invece, approfondire nella nostra rubrica alcuni aspetti psicologici traendo spunto da questa storia. Anzitutto il problema della perizia tecnica psichiatrica che, trova gli stessi specialisti in un’assurda e, tra l’altro, non giustificabile contraddizione. A ciò, vorremmo chiarire che, la professionalità, in questi casi, raccomanda l’utilizzo di strumenti scientifici standardizzati che diano una valutazione empirica del soggetto proprio per evitare l’incertezza che l’osservazione e l’incontro analitico possono dare. Inoltre, proprio per la presenza dell’elemento delittuoso, il funzionamento mentale del soggetto, oltre che per l’aspetto sintomatico, deve essere valutato in termini di meccanismi intrapsichici (non solo l’Io, l’Es e il Super-Io ma anche gli affetti interni) e di extratensività pura: cioè se il soggetto è in grado di contenere e controllare i propri impulsi aggressivi. In questo caso, infatti, la valutazione empirica dell’espressione e del controllo degli impulsi e della qualità dell’angoscia sarebbe stata essenziale. Molto si è parlato, poi, di dissociazione e rimozione che, è bene sapere che sono operazioni psichiche che consentono entrambe di bandire dalla coscienza contenuti mentali dolorosi, ma, con la differenza che, nella rimozione si ‘dimenticano’ aspetti del proprio mondo interiore altamente conflittuali, nella dissociazione, invece, spariscono dalla coscienza eventi traumatici esterni ma, che continuano ad essere attivi nella mente inconscia, riemergendo sotto forma di sintomi e comportamenti. I ricordi del sé traumatizzato non possono coesistere con il sé della vita quotidiana che appare, invece, in possesso di pieno controllo. La nostra analisi psicologica sul cosa spinge ad uccidere e cosa fa perdere il controllo di sé anche per pochi minuti, collude con la posizione della collega americana Elise Title che lavora come psicologo clinico in una prigione di massima sicurezza e, ha collaborato con la squadra omicidi di San Francisco in moltissimi casi. In Psicologia è ben nota la manovra mentale dell’acting out, dove gli impulsi e i conflitti emotivi non possono essere mentalizzati e vengono espressi con un comportamento di tipo aggressivo e incontrollato. Ma, nella mente dell’assassino, a questa operazione psichica, si associa anche la ricerca disperata dell’equilibrio tra il bene e il male. Proprio questa lotta è ciò che più ci attrae anche nel caso di Cogne (o in libri gialli e film) cioè, l’osservare la stessa lotta nella vicenda come se i nostri desideri sono intrecciati in un incubo che appartiene a entrambi, noi e l’assassino; ognuno, nel proprio intimo conosce questo dilemma tra bene e male, luce e tenebre e, lo si fronteggia nel proprio quotidiano costantemente; in altri termini, ad esempio, in mezzo al traffico, con un datore di lavoro esigente o, di fronte al subire un sopruso, ciascuno sceglie se tirare fuori la propria aggressività o, lasciar perdere ed è proprio in questo momento che tocchiamo con mano la linea fragile e incerta che separa il bene dal male, la fantasia dalla realtà, il controllo di sé dal perdersi, il pensare di uccidere perché mi fai del male o, il farlo per davvero. L’assassino, e, anche il serial killer, non riescono a dare sollievo alla collera e al dolore, il bisogno di vivere e il bisogno di uccidere sono così inestricabilmente associati che l’atto di uccidere equivale a un atto di potere e di vendetta a cui segue un rimorso, ma non per la vittima, ma per se stessi, perché niente di quello che è stato fatto è sufficiente a far tacere i propri demoni. Colui che supera il tabù del rispetto per la vita non è in grado di indirizzare la rabbia, il desiderio sessuale o la paura in modo appropriato, non riesce letteralmente a controllare nessuna di queste emozioni, anzi, al contrario sono esse a controllarlo ma, si è abituato a nasconderlo agli altri e la sua doppiezza, gli procura un profondo piacere. Da notare, che nel caso di Cogne, sia che si tratti della signora Franzoni o di qualcuno a tutt’oggi libero, chiunque sia stato a commettere il macabro delitto ottiene conferma del suo valore e gratificazione non solo attraverso la violenza e l’umiliazione inflitta al bambino ma, anche e sopratutto, attraverso il fascino morboso che esercita su di noi collettivamente con le sue azioni. La crudeltà reale o illusoria, evidente o sottile, è la forza che il pubblico trova irresistibile e, questo è attribuibile ai bisogni primitivi come se le persone avessero bisogno di questo sfogo per evitare di esplodere. L’assassino di Samuele, questo lo sa e, onnipotentemente, gode del fatto di divorare il pubblico in un’agonia derivante dall’avere mostrato che il controllo e l’adeguata percezione di sé che ciascuno possiede potrebbe traballare anche per pochi istanti e si potrebbero mettere in atto azioni terribili e distanti dal proprio modo di essere, concepire e percepirsi. Infligge all’Italia intera, l’ondata di angoscia derivante dal senso di debolezza perché nessuna chiave può proteggere; proteggere il proprio mondo interno dalla follia, proteggere il proprio mondo esterno dalla criminalità. Ma, soprattutto, umilia l’opinione pubblica manipolandola costantemente verso la negazione della disperazione intensa che deriva dall’idea che un bambino sia stato così freddamente massacrato. Muovendosi con maestria attraverso i media, come se fosse il proprietario di quella casa nelle colline di Aosta, ci lascia intravedere dalle fessure delle porte soltanto l’oscurità del male e mai, il rimorso, la frustrazione e il pianto per la distruzione di una vita umana, poiché questi sentimenti, necessariamente sancirebbero in lui la fine della lotta con la supremazia dell’amore per la vita.

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