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Giu 26

I 7 peccati capitali della mente. Parte I

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Con l’avvicinarsi delle feste proponiamo una lettura in chiave psicologica dei 7 peccati capitali. Secondo alcuni autori, infatti, la religione nasce, anche, come un tentativo di orientare nel mondo le persone, così, i 7 peccati capitali sono un utile spunto di riflessione per accennare su alcuni aspetti psichici complessi.
L’accidia, come peccato, si riferisce ad una mancanza di interesse verso le cose della vita, uno stato di apatia e noia dove si inizia un processo di fissazione su quanto non si ha, senza godere di ciò che si possiede. A livello psicologico l’accidia si potrebbe definire come uno stato di irrealizzazione personale con aspetti depressivi, dove la mancanza di spinta e di propensione verso la vita è caratterizzata da un adagiamento, un lasciarsi andare al tedio e all’inevitabilità del destino. Nel moderno dibattito scientifico, in psicologia, ci si sta concentrando particolarmente su concetti quali quelli di resilience (la capacità di assorbire e far fronte agli urti della vita) e di empowerment (la possibilità di dare, fornire, ‘potere’ sia agli individui che alle comunità). Questi concetti nascono proprio per far fronte alla necessità dell’individuo di usufruire delle proprie, libere, potenzialità nel riuscire a resistere alle situazioni stressanti della vita, alle situazioni che di per sé non pongono eccessivi problemi, ma che nel loro perdurare e nel loro ripresentarsi nel tempo, logorano la capacità stessa di resistenza e la gioia di vivere, così che l’uomo inizia ad adagiarsi nel corso di una vita avvertita come fluttuante, senza punti fermi, una vita da tollerare ma dove non si ha più l’ideazione e l’ambizione dei vent’anni, di poter cambiare il mondo ed il proprio destino. Combattere l’accidia significa, quindi sentirsi nuovamente capaci di lottare per la realizzazione dei propri sogni e progetti, significa restituire all’individuo la capacità di sperare e di costruire il proprio mondo interiore nel miglior modo possibile, senza limitarsi ad agognare ciò che non si è avuto, significa, anche, ridistribuire le proprie forze sulla base della valutazione delle proprie possibilità e così liberarsi dalla sensazione di disprezzo e stanchezza verso i propri impegni di vita.

Gola. Un altro dei peccati capitali è quello di ‘gola’, con questo si intende il lasciarsi andare ad un consumo sfrenato di cibo per il piacere dei sensi. A livello psicologico il peccato di gola, invece, è un peccato verso la ‘sacralità’ del proprio corpo, come mezzo di comunicazione primario di noi stessi, significa perdere il rapporto corretto ed equilibrato con il cibo quale fonte di nutrimento e piacere. Senza andare ad accennare malesseri più profondi, rispetto al rapporto con il cibo, quali possono essere anoressia e bulimia, che meritano, su “Psicologia e Salute”, trattazioni più scientifiche, oggi si assiste ad un dilagante rapporto sofferto verso il nutrimento: “ossessione dieta, alimentazioni mortificanti, predilezione per una serie ristretta di cibi (macrobiotici o ipo/iper- proteici, ecc..)”, questo rappresenta come sia mutato completamente il nostro rapporto con il cibo, che più che un piacere diventa una specie di lotta tra i nostri bisogni primari , quale quello di nutrirsi, ed i bisogni di appagamento sociale, o al contrario, il problema dell’obesità. Ma , parlare di ‘gola’ fa venire in mente un altro aspetto , meno conosciuto, dei nostri tempi, tutte quelle persone che non rientrano in una delle categorie più defnite, ma che soffrono terribilmente dei chili in più, che li vivono come un peso terribile ed un ostacolo verso la qualità stessa delle loro relazioni, ma che, come per rispondere al tentativo di colmare un vuoto interiore, non riescono ad avere un controllo sulla loro alimentazione, soffrendo così ulteriormente. Queste persone sono da un lato schiacciati da un immagine sociale alla quale non sentono di appartenere, dall’altro lato non riescono ad intraprendere una dieta, infine non hanno nemmeno l’appagamento del mangiare perché lo vivono con enorme tristezza, come un modo di condannarsi ad un aspetto che non riconoscono come il loro. In questi casi , quello che risalta non è tanto il comportamento in sé stesso, quanto il senso di vuoto emotivo che , queste persone, cercano di colmare con il cibo rientrando in un comportamento a spirale, dove, il non sentirsi adeguati li fa restare in sottoluce nei rapporti e la sofferenza di questo si traduce nel mangiare ingoiando bocconi e senso di colpa. Riuscire a rompere questa spirale non è semplice, ma non è nemmeno impossibile, si tratta di ristabilire, prima ancora che il rapporto con il cibo, la corretta dimensione del Sé, il proprio modo di vedersi e orientarsi verso la vita, e delineare , con un lavoro più profondo su sé stessi, il modo migliore per colmare quelli che sono i propri bisogni interni e di appartenenza.

Avarizia. L’avarizia è il peccato di non far fruttare ciò che si ha, ma in senso psicologico è ancora di più il sostituire sé stessi con il materiale, la mancanza della propensione verso l’altro, la freddezza emotiva del non saper donare (o donar-si). Perché l’atto del donare è così importante? Perché è un atto di forte valore emotivo che presuppone l’incontro con l’altro, dove “ciò che ti dono è ciò che rappresenta sia me che te”, significa offrire un qualcosa di sé all’altro e confermare un legame.

L’avarizia è la ritenzione delle proprie ricchezze, prima ancora emotive che materiali, una chiusura nei rapporti con l’altro che si preferisce mantenere soggiogato, è una lotta di potere dove chi lo afferma è rispetto a “ciò che ha”, più che a “ciò che è”. Scontrarsi con l’avarizia rappresenta un vissuto doloroso quando si è figli o partner di una persona avara, perché sono i sentimenti e gli affetti ad essere centellinati e sostituiti con le tirate e risicate elargizioni di denaro. Figli e partner di una persona avara , sono ‘impoveriti’ da un clima caldo e accogliente, da un atmosfera protettiva, quale quella che deve regnare in una contesto familiare e soprattutto privati dell’arte del ‘saper ricevere’. Questi costrutti psicologici sono ben più simbolici che materiali e fanno capo alla stessa qualità nel relazionarsi positivamente con gli altri, accettare e aprirsi all’altro diventa saper essere e contemporaneamente accettare l’altro nei vari e sovrapposti aspetti dell’essere donatore, donante e dono. Ed una sana elaborazione di ciò che non si è avuto, non implica l’impossibilità di poter averlo nel corso della vita

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