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Giu 26

La trappola di Peter Pan: la generazione che non ama crescere

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Molti di noi hanno imparato che in alcuni momenti nella vita si può avere a che fare con i propri fantasmi. Fantasmi e ombre sfuggenti che si muovono ai margini della nostra esistenza, come anche della nostra vita mentale e, a volte ci fanno paura, altre volte, invece, proprio il guardarli senza negarli ci permette di liberarci dalle paure più profonde però, pochi di noi, hanno pensato che, forse, questi fantasmi parentali sono difficilmente cacciabili perché continuano a riproporsi nelle immagini speculari di noi stessi che proponiamo al mondo. E’ il caso della tanto nominata ‘sindrome di Peter Pan’, etichetta fin troppo utilizzata per descrivere in modo superficiale il modo di essere dei trenta-quarantenni di oggi. Per scrivere di questa sindrome, occorre addentrarsi dentro le strade deserte e i paesaggi notturni dove si vive quell’atmosfera vuota e a tratti malinconica di persone che cercano e aspettano quella brezza sufficiente a dare vita alla pietrificata, mistica, divina e provocatrice anima di Peter Pan. Anche se non è una malattia psicologica ufficiale, e, al di là del naturale e sano spirito d’avventura e di vita che ciascuno può provare, la sindrome di Peter Pan è stata così definita prendendo spunto dall’omonimo personaggio favolistico che nella sua storia ammette candidamente di essere divenuto tale dopo avere ascoltato i suoi genitori che parlavano di lui da grande. Da ciò, Peter Pan, permette di descrivere quell’atteggiamento molto diffuso di rifiuto, più o meno dichiarato, di viversi come adulti e convivere con l’incapacità a diventare autonomi, con l’indifferenza per il riuscire a gestire se stessi, con la paura delle responsabilità, tutti elementi, questi, che conducono, tuttavia, a rimanere intrappolati in aspetti infantili del proprio sé illudendosi di godere dei vantaggi che questo stato non reale di fanciullezza comporta. Un recente studio psicologico evidenzia come la sindrome del non voler mai crescere sta dilagando sempre di più e che, gli adulti di oggi, sono meno maturi di quelli di un tempo. Molto si è detto e scritto sul fatto che l’uomo di oggi vuole rimanere bambino, perché gli esseri umani sono attratti dalla giovinezza, ma, anche che la società moderna, con la sua precarietà, contribuisce ad aumentare questa tendenza a voler rimanere sempre piccoli. D’altronde, inutile negare che l’impossibilità di una realizzazione lavorativa effettiva produce un’impossibilità a costruire la propria autonomia e indipendenza dal nucleo familiare d’origine. Più che parlare di sindrome, quindi, occorre, a nostro avviso, parlare di un vero e proprio fenomeno psicologico e insieme sociale e, per capirlo, non si possono non evidenziare alcuni elementi. Intanto, in un mondo che cambia troppo rapidamente significati e significanti, la giovinezza non è più soltanto un momento critico di preparazione al futuro da adulti ma è divenuto un vero e proprio modo di essere, tant’è che oggi molto si parla di una tendenza indotta a possedere un’età anagrafica idealmente eterna dove bisogna rimanere giovani, anzi giovanissimi, e, non bisogna crescere perché crescere comporta il rischio di essere tristi e pieni di problemi. Mentre la generazione che si colloca tra la fine degli anni ’60/inizi anni ’70 (beat-generation per intenderci) anticipava l’uscita dal nucleo familiare il più velocemente possibile proprio per il bisogno di costruire una società diversa (da notare che il mondo che viviamo oggi è il risultato di questa costruzione), nella nostra contemporaneità, il centraggio nel nucleo d’origine non è da intendersi come tendenza di una generazione anomala che non vuole faticare e che ha paura di essere autonoma e adulta. Infatti, è vero che il 30-40enne di oggi staziona comodamente nella casa natale, vive di solito una condizione agiata, predilige la vita mondana, può posteggiarsi nei diversi atenei, accede con ritardo e fatica nel mondo del lavoro, si sposa tardi, divorzia, ecc. , ma, dietro l’apparente leggerezza ed ebbrezza data dal sentirsi bambini, si nasconde un’amarezza, tristezza e insoddisfazione indefinibili. Intanto, la permanenza in famiglia dei Peter Pan, avviene soltanto a patto di una rinegoziazione dei ruoli e dei rapporti con i genitori che non è esente da aspetti conflittuali notevolmente elevati, dove liti e opposizioni a volte verbali, a volte non verbali, accompagnano il percepire un’invasione dei propri spazi personali; secondo poi, la fatica a crescere, diviene anche un’incalcolabile fatica nel riuscire a mantenere dentro di sé un equilibrio e un autostima con se stessi e un umore stabili, ma, anche, riuscire a mantenere nel tempo rapporti interpersonali autentici e soddisfacenti. Quindi, più che parlare di sindrome di Peter Pan, sarebbe meglio parlare di una difficoltà di un’intera generazione a trovare una propria collocazione nel mondo in cui viviamo e un benessere ed equilibrio interiore che riescano a colmare l’insoddisfazione e l’angoscia sentiti dentro. Le difficoltà ad assumersi le responsabilità, il rinvio all’infinito di scelte importanti, l’indecisione sulle mete da raggiungere sono accompagnate, infatti, da profondi stati d’ansia, depressione, insonnia, psicosomatizzazioni, ricerca ossessiva delle novità che rivelano, in realtà, l’insoddisfazione e la profonda insicurezza sottostanti, mascherate da atteggiamenti disinvolti o stravaganti sbandierati nelle serate mondane o altro. Psicologicamente, il non riuscire a possedere un atteggiamento di responsabilità anzitutto nei confronti di se stessi e della propria esistenza è da rintracciare in dei vissuti di carenza affettiva che hanno condotto la psiche a un ripiegare in modo involutivo su se stessa per colmare questo vuoto emozionale attraverso un narcisismo deleterio. La frustrazione vissuta, quindi, produce un’involuzione a fasi dello sviluppo psichico precedenti e un blocco ad esse. Nello specifico dell’adolescenza ritardata, si preferisce inconsciamente rimanere ancorati in un momento di gioventù passato perché i meccanismi psichici inconsci dell’onnipotenza e del diniego producono un ebbrezza e leggerezza percepita come meno conflittuale rispetto all’andare avanti. Andare avanti, d’altronde, significa anche guardare a ciò che quelli prima di noi hanno fatto, la strada da loro lasciata e, la generazione dei 30-40enni di oggi, non condivide minimamente il modo di essere adulti posto come ruolo rigido dalle generazioni passate. A questo proposito, è bene sapere che essere adulto significa essenzialmente possedere la libertà di essere padroni di sé stessi e della propria esistenza; è, la libertà, non deve fare paura. D’altronde, parlando di Peter Pan, viene alla mente un’altra icona del nostro inconscio collettivo ben descritta da Giovanni Pascoli: il fanciullino. Infatti, mentre Peter Pan simboleggia la mancata individuazione di se stessi, l’immaturità e il blocco emozionale, il fanciullino, invece, fa riecheggiare in noi, tutte quelle caratteristiche quali la curiosità autentica, la creatività, lo stupore per le cose che sono proprio da preservare in ogni momento della vita perché motore prezioso capace di farci sentire sempre coerenti, coesi e liberi di essere.

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