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Giu 26

L’amicizia: finché falsità non vi separi

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L’avvicinarsi delle feste natalizie, riempie le giornate cittadine (anche) di frenetiche corse verso i regali per le persone a noi più care e, la ricorrenza religiosa cristiana, riattiva una serie di vissuti emozionali su tutto ciò che definiamo ‘buoni sentimenti’; questo, fornisce lo spunto, nella nostra rubrica, per trattare il tema dell’amicizia e dello stare insieme agli altri. L’amicizia è un legame fondamentale. Attraverso questa capacità affettiva umana ci leghiamo agli altri e, questo, ci fa stare bene emotivamente così come, il rovescio della medaglia, un rapporto falso, deleterio e, solo in apparenza mosso da sentimenti amichevoli, è motivo di emozioni negative e insoddisfazioni. Soprattutto, se gli altri definiscono noi stessi in modo incoerente, contraddittorio, competitivo e non vero, oppure, gli spazi individuali diventano stretti, invivibili e soffocanti, l’amicizia diventa incompatibile con lo stare bene psicologicamente. Già in infanzia, l’amico/a, rappresenta il primo oggetto al di fuori della famiglia per il quale si iniziano a vivere tutta quella serie di sentimenti che definiamo amicizia; più tardi, in adolescenza, notiamo come gli amici ci stanno vicini, ci aiutano nei momenti difficili, ci fanno sentire meno soli e uniti con il mondo; però, nel nostro percorso, possiamo incontrare la prima delusione, il migliore amico/a ci tradisce, e scopriamo quanto terribile sia fare i conti con la fine di un’amicizia; questo legame, quindi, ci coinvolge ad un livello affettivo e psichico così profondo, che possiamo affermare che più dei rapporti d’amore, in amicizia, riusciamo a mettere in atto operazioni psichiche che causano cambiamenti a volte indelebili della nostra personalità. Infatti, molte persone riferiscono che dopo la prima ferita data da una delusione in amicizia si è tentato ancora ma, al continuo darsi in rapporti sempre deludenti ne è seguito un cambiare se stessi in termini di falsità, freddezza affettive e ipocrisia costante. In amore, si riesce a mantenere sino ad un certo punto quel principio di realtà che permette di distinguere dove iniziamo noi e dove inizia l’altro (separazione me-non me); in amicizia, invece, questo è più difficile. Ci si abitua, ad esempio, all’idea che un storia d’amore possa finire, ma non ci si abitua mai all’idea che l’amico che si ha di fronte, con cui si condividono aspetti interiori dell’esistenza, possa tradire, sfruttare, prendere in giro, voltare le spalle. Ognuno, intrattiene relazioni diverse con persone diverse, a seconda del bisogno che vive in quel momento, però, c’è chi, ad esempio, in amicizia, preferisce un legame esclusivo con un’altra persona e, questo, psicologicamente, può voler dire che si prova un bisogno intenso di fuggire da sentimenti inerenti la solitudine esistenziale; c’è chi preferisce come amici solo persone simili, o quasi identiche a sé, creando legami simbiotico-gemellari, e, l’amico, psicologicamente, diventa il doppio, lo specchio, l’alter-ego colui che fornisce sia la sicurezza che esiste qualcun altro come noi, sia la certezza inconscia che questa amicizia può permettere di affrontare con qualcuno il mondo vissuto come estremamente pericoloso; c’è chi, invece, tratta gli amici come ‘pronto soccorso psicologico’ per compensare qualcosa che gli manca dentro e, tende ad addossare sofferenze all’altro che, in realtà, non è responsabile; inoltre, continuando ad osservare l’estrema varietà dei modi di essere in amicizia di ciascuno di noi, alcuni si aprono con timidezza e riservatezza rimanendo sulla difensiva, per proteggersi, costruendo una corazza impenetrabile che nasconde ferite, sentimenti di solitudine e bisogno di comunicare; altri, invece, si aprono con gli amici con entusiasmo, gioia di vivere e allegria, tendono a preoccuparsi più degli altri che di se stessi, preferiscono dare piuttosto che chiedere e, passano molto tempo ad aspettare di ricevere la riconoscenza per ciò che hanno fatto e, in questo caso, inconsciamente, vi è una difficoltà ad interrompere il circuito perverso e ripetitivo della ricerca dell’approvazione degli altri. Io penso che l’amicizia debba essere intesa come l’armonia dei sentimenti di un individuo con quelli di un altro e, questo, fa presupporre il riuscire a percepire emozionalmente i sentimenti dell’altro con spontaneità, inclinazione alla partecipazione empatica. Per definire la vera amicizia, occorre considerare, quindi, che amico è colui che ti fa sentire a casa ma, attenzione però, nella ‘tua casa’, che, detto in altri termini, significa, ad esempio, che sai che l’amico è presente anche alle 4 di notte, o, che è una certezza nel tuo percorso di vita, così come tu lo sei per lui. Il naturale istinto psichico di ciascuno, d’altronde, sa che di fronte ad un’amicizia autentica e vera, questa, ci fa sentire rilassati, a posto con noi stessi, non nervosi, in ansia, giudicati e, si sente di poter parlare con fiducia e senza problemi; di contro, gli amici, e gli altri in genere, possono divenire fonte di stress causando esaurimenti emotivi, per cui, è importante, anche, essere sufficientemente autonomi dal punto di vista affettivo. Questo vuol dire che per la propria salute psicologica occorre lavorare su dio sé per non fare dipendere il proprio benessere esclusivamente dalla presenza di qualcuno altro e, anche, essere in grado di operare dei cambiamenti di tutti quei contesti relazionali che causano malessere. In amicizia, ci si dispone ad accogliere l’altro, ma, è prioritario anche il rispetto per la propria sfera personale e per le proprie esigenze. A questo proposito, in Psicologia, si è evidenziato come nelle relazioni amicali, le persone possano mettere in atto fenomeni psichici patologizzanti; ovvero, alcuni, per esempio, possono ricercare gli altri, gli amici e, usarli come capro espiatorio del gruppo che, così facendo, si coalizza e si unifica a scapito del più debole e indifeso. Oppure, gli amici vengono usati non per arricchire la propria area psichica relazionale ma, per esprimere il bisogno di opposizione, di litigio, di controllo e dominazione, di potere, di sfruttamento, ecc. Chiara-mente, rapporti di questo genere sono da evitare: è importante che i lettori sappiano, che rimanere in relazioni deleterie pur di sentirsi meno soli, esprime un bisogno patologico estremo. Gli altri, gli amici, gli estranei al nostro mondo interiore che, tuttavia, per la stupefacente capacità che si genera dall’incontro tra esseri umani, ci accompagnano nella vita, ci permettono di soddisfare i bisogni più contraddittori, di essere autenticamente noi stessi in tutta la nostra complessità, di non essere soli, di compensare qualcosa, conoscere e capire cose diverse dal nostro mondo. Con le persone, quindi, che si scelgono per la sfera più intima, personale e autentica bisognerebbe essere veri e non sentirsi prigionieri di ruoli ipocriti, essere capaci di vivere le differenze come arricchimento, e, trovare il giusto equilibrio tra esigenze individuali ed esigenze degli altri. Ma, soprattutto, nelle relazioni con gli altri, non fare mai la scelta estrema di chiudersi a riccio e rinnegare in sè la naturale attitudine comunicativa e relazionale che ci rende persone. A questo proposito, mi tornano in mente le riflessioni dello specialista L. Binswanger, il quale, coglie nell’esistere dell’uomo ciò che definisce l’essere-nel-mondo per superare i limiti della solitudine umana poiché, essere-nel-mondo, significa essere-insieme-agli-altri dove la presenza è, anzitutto, globalità umana.

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