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Giu 26

L’arte della comunicazione interpersonale

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Parlare con qualcuno non significa necessariamente comunicare così come, prestare attenzione al discorso dell’altro, non significa averlo ascoltato e accolto dentro di sè. Nella sfera relazionale una comunicazione efficace è fondamentale proprio per evitare equivoci, fraintendimenti e malintesi che generano incomprensioni che possono causare forti malesseri psicologici. Partendo da questo presupposto Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin e Don D. Jackson, il gruppo californiano del Mental Research Institute, diede avvio, già alla fine degli anni ’60, uno studio sulla comunicazione che rappresenta a tutt’oggi una pietra miliare per gli studiosi del comportamento umano. Spostando l’interesse dallo studio dell’uomo come monade isolata alle interazioni tra persone, evidenziarono che il veicolo fondamentale di ogni interazione è la comunicazione che influenza con i suoi effetti il comportamento. Mostrando che la comunicazione è comportamento osservarono che i sistemi interpersonali sono circuiti di retroazione perchè il comportamento di ogni persona influenza ed è influenzato dal comportamento di ogni altra persona. La comunicazione non si limita soltanto a trasmettere informazioni ma, al tempo stesso, impone un comportamento. Proseguendo nei loro studi, gli scienziati definirono alcuni indiscutibili assiomi della comunicazione. Anzitutto l’impossibilità per ciascun individuo di non-comunicare poiché l’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggi che influenzano gli altri e gli altri a loro volta vi rispondono. Inoltre, l’interazione può essere complementare e simmetrica a seconda che gli scambi si basino sull’uguaglianza o sulla differenza e ciascuno può rifiutare, accettare o squalificare la comunicazione. Ma soprattutto, una comunicazione, assume caratteristiche davvero patologiche nel momento in cui si genera un’escalation simmetrica caratterizzata da elementi di competitività dove la complementarietà è rigida è la definizione del proprio sé viene disconfermata dall’altro. Infatti, nonostante parliamo con un linguaggio verbale condiviso, una parte psicologica di noi stessi è portata quasi naturalmente a cogliere, elaborare e decifrare, nel linguaggio dell’altro, significati e significanti che possono anche condurre a delle convinzioni che poi si rivelano essere errate. Questo fraintendere la comunicazione dell’altro si genera nel momento in cui è assente la sintonia relazionale, ovvero, quel naturale clima empatico che dovrebbe crearsi tra le persone e ne garantisce una comunicazione sana. Dal latino communis, comune, comunicare in modo efficace con gli altri, significa avere la piena consapevolezza del proprio mondo interiore; ma ciò non basta. Per far sì che la comunicazione sia un reale e autentico scambio di informazioni occorre anche riuscire ad avvicinarsi il più possibile ai pensieri e alle emozioni dell’interlocutore. Soltanto così, si crea quella base comune dove le parole dette assumono lo stesso significato sia per chi parla che per chi ascolta e il discorso non viene frainteso ma acquista un valore comunicativo e profondo. Profondo perché le parole dette trovano nell’altro uno spazio dove rimanere e viceversa. Questo tipo di azione è possibile attraverso l’utilizzo dell’empatia, cioè di quella capacità squisitamente umana di condividere e immedesimarsi nel mondo dell’interlocutore. Nei corsi di psicologia, ben presto si impara che l’empatia è una vera e propria abilità emotiva che attraverso l’immedesimazione nell’altro permette di cogliere davvero il ‘mondo’ dell’altro. Proprio l’assenza di interesse nei confronti dell’altro genera delle comunicazioni ambigue dovute a delle corazze psicologiche che si mettono in atto per proteggersi dall’angoscia inconsapevole di presupporre che l’altro, attraverso le sue parole, possa invadere, aggredire o trasformare. È possibile, quindi, sviluppare una sana capacità comunicativa nel momento in cui in noi stessi esiste uno spazio di ascolto per accogliere le idee, i sentimenti e le opinioni dell’altro anche se diverse dalle nostre. Oltretutto, la comunicazione non si limita soltanto agli aspetti direttamente osservati nell’interazione poiché un universo di comunicazione non verbale dato dall’atteggiamento, dalle espressioni del viso, dalla postura del corpo, ecc., comunica e parla del proprio mondo interno. A proposito di comunicazione non verbale, attualmente in psicologia sta trovando grande risalto un metodo usato all’interno dell’intervento se l’incontro verbale è bloccato poiché le parole non riescono a esprimere qualcosa che disturba. Per l’ascolto e la decifrazione di quello che è impossibile dire a parole, soprattutto nei casi che vedono coinvolti bambini piccoli, il metodo psicologico della sand play therapy (il gioco della sabbia) messo a punto dalla scienziata svizzera Dora Kalff, allieva di Carl Gustav Jung, grazie alla manipolazione della sabbia e alla creazione di scene, facilita l’emergere di vissuti inconsci dolorosi favorendo così lo sviluppo personale. Parlare con qualcuno non significa necessariamente parlare anzi molti tendono a fare monologhi senza dare considerazione a ciò che dice l’altro. Se si pensa che l’obiettivo nella comunicazione non è necessariamente l’accordo ma riuscire a trasmettere e a ricevere informazioni che sono importanti poiché rivelano il mondo dell’altro, anche lo scontro o il conflitto servono per chiarire il proprio punto di vista. Ascoltare vuol dire prestare attenzione alle parole ma anche alle emozioni che l’interlocutore trasmette al di là delle stesse parole. Del resto, le parole sono uno strumento creato dagli uomini proprio per esprimere il mondo emozionale interno e i vissuti che genera il rapporto col mondo esterno. Ma la parola ha valore soltanto nel momento in cui assume un significato autentico in chi la ascolta.

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