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Giu 26

Sanguinosa crudelta’ o miserabile realta’ di oggi ?

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Quella di oggi è una violenza palpabile e sconsiderata che si annida presso le sue forme più comuni. Siamo abituati a considerare le violenze estreme come qualcosa di lontano, qualcosa che appartiene al mondo della follia, riconoscibile in un viso dall’espressione pericolosa, da un agire diverso, qualcosa di riconoscibile che stabilisce una linea di demarcazione tra noi/ e loro. Poi la violenza scatta senza una motivazione profonda, come sabato notte, sabato 13 gennaio, una lite tra ragazzi per un apprezzamento di troppo ad un amica e si versa il sangue in piazza Politeama.
Come gli assalti a Catania, una violenza metropolitana organizzata allo scopo di uccidere il “diverso”, in quel momento rappresentato dalla polizia, come in altri momenti, in altri stadi, poteva essere rappresentato dal tifoso della squadra avversaria. E quando si perdono le proprie individualità il gruppo diventa branco e agisce come tale. Ragazzini arrestati, quasi tutti minorenni, che presi singolarmente non sarebbero stati in grado di agire quella violenza, ma che, in branco, diventa una forza alimentatrice. La violenza come collante di gruppo, la fede riposta nella propria squadra come la motivazione alla propria esistenza, tanto che una partita, se persa, può diventare una minaccia alla propria identità, pertanto difenderla anche con il sangue.
Ma la violenza non si consuma solo così, qualche anno fa, una lite in mezzo al traffico e si ammazza di botte colui che è diventato il “nemico”. La violenza diventa un rattoppo in un tessuto che si pensava in buono stato. Omicidi violenti privi di motivazioni, per quanto folli, che scattano in visi noti, volti di tutti i giorni. Omicidi perpetrati rompendo il tabù della vista del sangue. Erika, una ragazza come tante, con problemi come tanti, che pianifica e progetta l’omicidio della sua famiglia. Ragazzi lasciati che pianificano l’omicidio dell’ex ragazza, colpevole di scegliere, gruppi di ragazzi che, con la scusa apparente del culto di satana, pianificano e organizzano omicidi di coetanei, o di suore. Altre forme di violenza nelle scuole, il bullismo fino alla sopraffazione del più debole, la violenza sessuale i cui dati citano che solo il 4% viene adoperata da parte di persone che non hanno mai visto prima la vittima, pedofilia e mercato pornografico di minori, che se parlano vengono accoltellati.
E’ indubbio che negli ultimi tempi siamo stati attraversarti dal tema della morte, il caso Welby che ha riacceso le polemiche sull’eutanasia, l’impiccagione di Saddam e le immagini dei suoi crimini trasmessi nei tg.
Ma risulta una banalizzazione limitarsi a dire che è violenta l’epoca nella quale viviamo. Lo sconcerto deriva dal fatto che a compiere un omicidio è “l’insospettabile”, il vicino di casa, colui nella cui espressione non si intravede la follia, quella persona che abbiamo incrociato per strada e che non fa scattare nessun meccanismo d’allarme. Atti di violenza inaudita compiuta senza un apparente spiegazione, la strage di erba, per i futili motivi ai quali anche noi siamo abituati, discussioni condominiali che si trasformano nella pianificazione gelida di un pluriomicidio che coinvolge anche un bambino. E, ancora una volta, come fu per Erika, nelle interviste per strada spesso si vedono le persone allibite, dire “lo conoscevo, non sembrava, non ci credo”.
Se non è l’evidente degenerazione, se non si riconosce più nel volto umano la follia omicida, allora dobbiamo temere tutti? Tutte le vicine di casa particolarmente ossessionate dalla pulizia e dal silenzio, possono arriva a brandire un coltello?
Ovviamente non è così, ma sarebbe utile fornire dei parametri di riferimento che possano dare non tanto una spiegazione, ma una chiarificazione psicologica. Spesso, se ci sentiamo vittime di un ingiustizia, possiamo dire “lo ammazzerei…..gli farei….”, ma lo sfogo verbale e momentaneo è solo un modo per abbassare la tensione, da questo ,alla messa in atto del comportamento omicida, la strada è lunga e transita dal disturbo psichico. Nei killer si riscontra, in genere, una degenerazione psicopatica, antisociale, o fortemente narcisistica, che impedisce di provare rimorso o anche solo l’orrore dell’atto estremamente violento, che nasce anche dal riconoscimento del corpo umano come simile a sé. Infatti, anche negli omicidi, c’è una grande differenza rispetto all’utilizzo di armi da fuoco o armi che presuppongono un contatto ravvicinato con la vittima. Anche gli atti aggressivi, violenti, che possono o meno culminare con l’assassinio, da parte di persone “normali”, che non fanno parte della malavita organizzata, ma casalinghe, studenti, lavoratori, sono l’espressione di una patologia di base che si concretizza in quello che viene definito clinicamente “acting out”.
L’acting out indica un passaggio all’atto, nel quale la spinta pulsionale è così forte da non poter essere ridotta e quindi viene sfogata in modo improvviso, forte, violento. Esempi di acting out possono riguardare sia comportamenti distruttivi rivolti verso l’ambiente esterno (rompere la porta con un calcio, aggredire qualcuno, adottare improvvisamente un comportamento sessuale perverso, ecc…ecc..) oppure rivolti verso sé stessi (l’autolesionismo, le forme di suicidio improvviso, ecc…ecc..).
L’acting out presuppone, quindi, sempre un passaggio all’atto che può avere caratteristiche molto diverse, espressioni più o meno intense, azioni estremamente diversificate, ma il presupposto di fondo è sempre un assetto emotivo inadatto a ciò che si sta vivendo, che confluisce in una specie di “azione priva di pensiero”.
Se questo meccanismo, associato ad una forma psicopatologica di base, può spiegare l’aggressione o l’omicidio irruente, tempestivo, improvviso, mal si applica all’aggressione o all’omicidio premeditati, ponderati, pianificati.
Inoltre, negli ultimi anni colpisce particolarmente l’efferatezza dei delitti ed il fatto che siano compiuti da persone apparentemente comuni. Lasciando invariati i presupposti di base che indicano l’esistenza di forme psicopatologiche, queste, non necessariamente e non in tutti i casi rendono gli uomini possibili assassini. Una possibile spiegazione di questo si potrebbe rintracciare, quindi, non solo nella psicopatologia di base ma, anche, nella mancanza di limiti, che pone il mondo contemporaneo. La psiche, secondo la tradizione freudiana, è strutturata in Es, Io e Super-io. L’Es rappresenta il mondo libidico, le pulsioni che spingono e orientano alla scarica; l’Io è il principio di realtà, quella parte psichica che orienta nel mondo; ed il Super-io rappresenta l’introiezione delle figure genitoriali come insieme di regole, norme, valori. Il movimento psichico classico è per es. l’Es che richiede la scarica pulsionale, il Super-io che regola i divieti e l’Io che, mediando tra le richieste dell’Es e del Super-io e con il mondo esterno, generando il comportamento. Nel mondo di oggi si vede un Super-io agonizzante, dove diventa lecito l’illecito. Per assurdo, lì dove il political correct, presuppone che non esista più l’accettabile dall’inaccettabile, questa totale apertura corrisponde a non visualizzare più la differenza tra corretto e scorretto, opinione e imposizione, giunto e sbagliato, fino a diluirsi con l’assenza di divieti.
A questo punto, lì dove cova già una predisposizione psicopatologica, diventa ammissibile aggredire perché è insostenibile, urtante, inaccettabile il rumore prodotto da un bambino (o il commento per strada fatto ad un amica, o il posteggio sottratto da un’altra macchina, o il divieto da parte di una madre ad uscire con il proprio ragazzo, o il rifiuto da parte della propria ex-ragazza) e, in casi estremi, uccidere l’altro, colpevole di imporci una convivenza. Ciascuno di noi, in fondo, sa cosa significa poter pensare di uccidere (il proprio capoufficio, colui che ci fa un sopruso, colui che maltratta chi amiamo, a volte anche noi stessi) , ma, allo stesso modo ciascuno di noi, sa, anche, che il tabù della vita non deve mai essere superato perché uccidere un essere umano significa anche uccidere una parte di noi.

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