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Giu 26

Tempi moderni tra sparatorie, lifecoach e disoccupazione

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La nostra attenzione psicologica degli avvenimenti che hanno attraversato l’attualità nazionale del mese è andata su tutti quei fattori di appiattimento, relativismo che vanno a ledere la capacità di realizzazione personale dell’individuo. Infatti, tralasciando la noiosissima e solita polemica sul trash delle risse televisive, osservando i terribili fatti di Napoli con la proposta di posizionare nella città partenopea l’esercito per garantire la presenza dello stato Italiano ai cittadini, ciò fa riecheggiare alla memoria di ciascun siciliano gli anni in cui, a seguito dei delitti dei giudici Falcone e Borsellino, a Palermo, il governo nazionale prese la stessa decisione e, oggi, come allora, il profondo disagio radicato nel tessuto sociale impediva la profonda realizzazione dei cittadini. Adesso non esiste più una mafia come linea di demarcazione che separa l’Italia tra nord e sud, centro e periferia, città e provincia, zen e quartoggiaro. Ma, il problema nel riuscire a realizzarsi esiste ancora, è presente e quanto mai attuale. La realizzazione personale dipende da aspetti psicologici individuali ma, è fuor di dubbio, che essa la si ottiene atraverso la realizzazione lavorativa ed economica. A un livello psicologico profondo, infatti, il problema dell’euro e della precarietà nel lavoro, scatena vibrazioni psichiche interne che riattivano una sorta di lotta per la sopravvivenza che colpisce, oggi, qualsiasi livello socioculturale. Effettiva-mente, l’osservare esterrefatti la crescita esponenziale dei prezzi, comporta il toccare dal vivo la negazione della possibilità di ottenere qualcosa per sé. Qualcosa che tu non puoi avere (comprare) ma altri, si. Questo genera disagi, e, senza volere entrare in una polemica politica, ma soffermandoci solo in una riflessione squisitamente psicologica, la generazione dei precari e di quelli che vivono il ‘posto fisso’ come fosse un film cult del passato, è chiamata a elaborare e gestire nel proprio mondo psicologico, tutti quei vissuti disarmanti inerenti l’impossibilità ad esempio di comprare una casa col proprio stipendio, metter su famiglia, pagare il mutuo della macchina, realizzarsi, insomma, a 360 gradi. La disoccupazione e la precarietà del lavoro colpisce l’uomo non solo nella sua dignità ma, psicologicamente, nella necessità di realizzare il proprio sé: che è un’obiettivo fondamentale per la psiche umana. La realizzazione di sé, infatti, coincide con il benessere psicologico e riguarda la capacità di auto-determinarsi che è l’antidoto al disturbo, al disagio psicopatologico e al malessere emotivo.
Scrive tramite sms un ascoltatrice della trasmissione “NOTE DI PSICOLOGIA” (radio action 101) durante la puntata dedicata al tema ‘realizzarsi’: ‘mi dicevano diplomati perché serve mi sono diplomata, mi dicevano laureati perché serve, mi sono laureata e adesso? Adesso per lavorare devo sottostare allo schifo’

L’ascoltatrice, si fa portavoce di come la dolorosa ferita al proprio sé del non sentirsi realizzati e a posto con se stessi, abbassa l’autostima. Ma, soprattutto, fa emergere un fattore che non è più possibile negare per chi fa della gestione della comunità il proprio lavoro: “il sottostare allo schifo”. La psicologia, ha evidenziato come la non sicurezza di un lavoro stabile è uno tra i fattori di rischio maggiormente implicati nel disagio psicologico, proprio perché, se la persona non possiede una resilienza (concetto tecnico che indica la capacità della persona di essere flessibile e resistere agli urti nonostante le difficoltà dovute a eventi stressanti) si innesca nella mente la scorciatoia del falso sé, ovvero, si cerca di apparire ai propri occhi e agli occhi degli altri ‘come se’ ciò che fa stare male non è vero, ci si comporta come se si è contenti, realizzati e felici; solo che questa negazione, produce alla lunga malesseri affettivi e disagi relazionali. Il riuscire a non negare che innumerevoli sono gli ostacoli inerenti il lavoro è, sicuramente, indice di sanità mentale; non si comprende, però, perché la realtà concreta dell’aspetto lavorativo sia resa da chi la gestisce così paradossalmente patologica tanto da fomentare aspetti irrazionali. A conferma di ciò, possiamo portare, ad esempio, il proliferare esponenziale dei life-coach che, muovendosi da una cattiva e superficiale lettura di studi in psicologia, utilizzano strumenti concettuali, quali ad esempio il ‘motivare’ e, muovendosi come un prodotto standardizzato alla Mc-Donald, umiliano i lavoratori precari dei call center (vere e proprie storie di vita che corrono sul filo) promuovendo l’appiattimento dell’essere umano facendo in modo che, le persone, oltre che fronteggiare la frustrazione derivante da un lavoro traballante e una paga che non stimola certo l’innalzamento dell’autostima, devono subire pure la presenza del ‘motivatore’ che li stimola a far crescere sempre di più i risultati aziendali perché, questi, coincidono con i risultati personali. L’obiettivo personale a cui tutti tendiamo è la realizzazione del sé che costituisce il nucleo fondamentale della struttura di personalità e, questo, non bisognerebbe dimenticarlo. Ed è proprio la capacità di auto-riflessione (alla quale poniamo l’accento in ‘psicologia e dintorni’), che ci permette di analizzare le nostre esperienze e di riflettere sui processi di pensiero creando, così, nuove capacità di pensiero e di azione. In psicologia, il non riuscire a realizzarsi riguarda anche l’area motivazionale che è un fattore mentale che insorge nell’individuo, lo guida a una meta e lo porta a pensare alle opportunità, a come e, cosa fare, per il raggiungimento di ciò che vuole nella vita; ma, per diventare protagonisti della propria vita, senza rinunciare alle proprie aspirazioni, occorre lasciar perdere traguardi impossibili e mirare a obiettivi raggiungibili. Il problema è che il lavoro non è né un traguardo né un obiettivo né un sogno realizzabile solo per pochi eletti; il lavoro è un diritto fondamentale.

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