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Giu 26

Nessuno è perfetto: DISMORFOFOBIA

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La caratteristica essenziale del disturbo di dismorfismo corporeo è la preoccupazione per un difetto nell’aspetto fisico, immaginario o realmente presente come piccola anomalia fisica (difetti lievi o immaginari della faccia o della testa, asimmetrie o sproporzioni del viso, naso, occhi, addome, braccia, gambe, spalle, massa muscolare, ecc). che si trasforma in una fortissima angoscia intollerabile, eccessiva e invalidante. L’ipotizzata deformità fisica, descritta da chi la vive come “intensamente dolorosa”, “tormentosa” e “devastante”, diviene ansiogena e centrale causando come conseguenza, il passare molte ore al giorno a pensare al “difetto”, guardarlo ossessivamente davanti allo specchio e cercare rimedio (talvolta ricorrendo a chirurgia estetica, auto-manipolazioni, tagli); inoltre, la sfera affettiva, dominata dal sentimento della vergogna per il proprio “difetto”, porta all’evitamento delle situazioni sociali e a depressione di tipo Kretschmer. In Italia, oltre 500.000 persone sono affette da questa patologia che risulta frequente in entrambi i sessi, il cui esordio avviene in età giovanile e raramente dopo i 40 anni, anche se alcuni studi hanno rilevato che oltre l’80% degli uomini ed il 90% delle donne compresi tra 30 e 50 anni cercano di migliorare il proprio aspetto ogni giorno, ma la maggior parte continua a sentirsi perennemente insoddisfatto. La linea di demarcazione che separa il guardare dal vedere, la percezione dall’appercezione scompare nella persona che soffre di dismorfofobia tanto da divenire una modalità esistenziale. Patologicamente simile all’ipocondria di bellezza, dove l’oggetto dell’investimento psichico è il culto del proprio corpo o di sue parti (ad es. l’idolatria del muscolo nei culturisti), nel dimorfismo, il disagio psichico, che è interno, nel suo rivelarsi appare estremamente aperto all’esterno. Questa paurosa esperienza della possibile deformazione di parti del corpo rivela crisi nascoste che coinvolgono l’intera persona e -come avviene per i disordini alimentari- indica il prevalere di un linguaggio corporeo intensamente pervaso di emotività e di significati, sollecitando le più suggestive interpretazioni psicologiche. Molti colleghi, infatti, si sono interrogati se questo disturbo è correlato con uno sviluppo deliroide dell’esperienza illusionale tattile (come quella della sindrome di Ekbom) che si osserva nella sindrome deliroide dermatozoica, oppure a forme di anoressia per deformazione ipervalutativa o prevalente di certe parti del corpo (le cosiddette macropsie di settore a supposta genesi alimentare, quindi anoressogene). In altri termini, è una vera condotta ipocondriaca oppure una delle non rare sitiofobie depressive o una nevrosi ossessiva o un avvio parafrenico con la honte du corps. Queste brevi considerazioni psicopatologiche sono certamente sollecitate dalla mia formazione psicologica e dall’influsso notevole degli studi sulla comorbidità e dalla teoresi sottostante all’intervento per i disordini alimentari e corporei. Tutto questo corpus psicopatologico di base, unito ai dati dell’esperienza personale in oramai anni di attività clinica, mi induce a sostenere che quando siamo di fronte a un disagio che trova la sua unica modalità di comunicazione nel corpo occorre considerare che il sintomo ci mostra un tentativo estremo di riconoscimento di metafore psichiche di cui ha bisogno ogni corpo-persona per accedere al senso; così, il corpo e i suoi infingimenti (per es. la sua valutazione dismorfofobica) sono, allo stesso tempo, manifestazione di un’assenza e luogo di un’esaltazione. La freddezza emozionale per tutto il resto e il ridursi degli interessi nella vita possono essere riferiti all’aumento delle catexi libidiche narcisistiche con ritiro degli investimenti libidici oggettuali e con susseguente aggressione contro l’Io. Questa modalità essenzialmente inconscia e intrapsichica viene esportata nel corpo come superficie più esterna del proprio Sè divenendo, così, un corpo imbruttito, deformato o grasso e inducendo un’insopprimibile angoscia. Come ha detto Fédida oltre dieci anni fa, il corpo può sviluppare una negatività non percepita che diviene segno e immagine, segno di una nostalgia, che maschera un’ansia profonda e, proprio per questo, si carica di sofferenza. In fondo, per dirla come il collega Claude Reichler dell’Università di Losanna, è il corpo sublime a cui si oppone un corpo osceno. Corpo osceno da cambiare e manipolare, in fondo, per sentirsi amati e finalmente accettati per sempre in quell’ideale di unione totale con l’altro che preserva dall’angoscia indicibile della separazione. Separazione intollerabile che conduce alla solitudine. Solitudine però che rivela quello spazio interiore dove si coglie che in ogni corpo c’è una storia. Storie complesse ed emblematiche che se ascoltate rivelano capolavori umani che chiedono di risvegliare in ognuno di noi scintille di solidarietà da rimandare attraverso specchi mai più deformanti.

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