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Giu 26

Ossessione dieta, ortoressia e palestra

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Il mettersi a dieta per ritrovare la forma perduta dopo essersi lasciati andare a tavola sembra divenuto oramai un rituale irrinunciabile per molte persone che, quasi sempre, prediligono diete fai-da-te, sessioni interminabili in palestra e attraversano una vera e propria ossessione dieta in relazione ad un vissuto di inadeguatezza nei confronti del proprio corpo appesantito da qualche chilo in più. Oramai è indubbio che si è nettamente modificato il modo di intendere il proprio corpo e l’alimentazione. D’altronde, anni di prevenzione e informazione non hanno scalfito questa modificazione a tratti patologica del vissuto inerente il cibo che, nel caso dei disturbi del comportamento alimentare, assume connotati davvero drammatici. Circa il 10% della popolazione Italiana soffre di disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, bulimaressia, obesità, atipicità alimentare). Il ministro delle politiche giovanili Giovanna Melandri, già nel novembre del ’06, si è confrontata con stilisti e agenzie di moda per proporre un vero e proprio codice volto a modificare l’immagine di donna come estremamente magra per limitare un fenomeno che coinvolge oggi circa 900.000 ragazze. Una vera e propria epidemia che, tra l’altro, nelle notizie dei telegiornali sottolinea il carattere catastrofico della patologia evidenziando la morte di giovanissime ragazze per anoressia. Ma, i disturbi del comportamento alimentare non si esprimono soltanto nell’anoressia e nella bulimia delle adolescenti; oramai la clinica e la ricerca psicologica hanno evidenziato come anche, ad esempio, l’obesità assuma caratteristiche psichiche di disagi emozionali e, appare oramai superato, il considerare questi disturbi come esclusivamente femminili visto che il corrispettivo maschile lo si può rintracciare nell’ossessione sportiva e/o nella muscolarizzazione del corpo che colpisce soprattutto uomini che intraprendono attività sportive e regimi alimentari dietetici volti alla trasformazione del corpo in modo patologico. Così come, si è notevolmente abbassata e, paradossalmente anche alzata, l’età di esordio dell’anoressia e bulimia e, cosa non meno grave, la popolazione non considerata a rischio di patologie alimentari ha un approccio nei confronti dell’alimentazione che si avvicina ai criteri psichiatrici della categoria dei disordini alimentari non altrimenti specificati con aspetti quali diete estreme o iperalimentazione impulsiva. Da queste brevi considerazioni se ne deduce come un malessere che si esprime in una sintomatologia così eclatante, quale rifiutare, vomitare, assumere in modo incontrollato, distruggere il nutrimento primario, non può essere riconducibile soltanto alla visione di qualche ragazza che si muove in passerella bombardata dai flash del fashion. Il caparbio e silenzioso sciopero della fame delle persone che ne soffrono, messo in atto all’interno del focolare domestico intento a consumare il ‘pane quotidiano’ evidenzia, in realtà, come dietro questi sintomi si nascondano malesseri psicologici di muta disperazione, di autodistruttività, di problemi inerenti il controllo della propria vita, dell’autostima, di sentirsi adeguati e non rifiutati dagli altri, accolti, accettati, amati e mai più soli. Non basta rivedere le taglie delle modelle o censurare immagini di corpi splendidi e ammirati da tutti. Queste emozioni struggenti e il senso di percepire dentro di sé un vero e proprio difetto, una paradossale e assurda inadeguatezza che soltanto il controllo del cibo o il vomitarlo tutto o il bruciarlo attraverso lezioni di sport può colmare, non può trovare soluzione nella censura. L’angoscia per il sentirsi leggeri è l’espressione sintomatologia di un problema interiore che viene esportato sul corpo-pelle, sulla superficie più esterna del sé perché difficilmente integrabile con se stessi. Il corpo, intermediario dell’incontro con l’altro, perde il significato di luogo della comunicazione e si trasforma in un corpo da cambiare o da distruggere tramutandolo in materia attraverso la quale si può raccontare l’angoscia. In questi ultimi anni, il rapporto con il cibo, inoltre, si è trasformato in seguito agli scandali alimentari (per es. la mucca pazza). Le persone sono più coscienti di ciò che mangiano e sono molto attenti alla qualità del cibo ingerito. Non bisogna dimenticare, però, che la cucina è un elemento che fonda la propria identità e appartenenza dove è possibile sperimentare la naturale e intima convivenza con gli altri. Intima convivenza che è anzitutto familiare. A questo proposito, come a confermare che il problema in realtà è da rintracciare proprio nella ‘cucina’ come simbolo primario della relazione in famiglia, appare preponderante l’ultima ossessione alimentare degli Italiani: l’ortoressia.
L’ortoressia, si caratterizza per il mangiare esclusivamente cibi sani e, chi ne soffre, preferisce morire di fame piuttosto che mangiare cibi che si pensa possano contaminare il proprio organismo o che possano nuocere alla salute. Chi ne soffre arriva a cambiare il proprio stile di vita e ad isolarsi socialmente per non rischiare di mangiare cibi non sani. Gli ortoressici non sono interessati al gusto del cibo o a dimagrire ma mangiano soltanto se il cibo assunto allontana le malattie e/o funge da energetico. Come nel caso dell’anoressia e della bulimia il controllo dell’alimentazione fa sentire forti, determinarti, invincibili ed esaltati ma, a questi sentimenti, si alterna il cadere vittima di sensi di colpa fortissimi se l’alimentazione è normale. L’alimentazione è il soddisfacimento di un bisogno fisiologico ma, oggi, le persone vi attribuiscono una serie di significati psichici anche patologici che, in un severo e preoccupante crescendo, sono divenuti espressione di quel complesso e problematico mondo affettivo segnato oggi da forme sottili e sconcertanti di malessere e sofferenza diffusa. A livello di prevenzione dei disagi alimentari ci preme informare che questi disturbi sono determinati dai fattori sociali e dai mass-media ma, soprattutto, sono i fattori di ordine personale e relazionale a determinarne lo sviluppo. Sui fattori di ordine personale, le persone che ne soffrono vivono un’angoscia che le fa sentire impotenti, incapaci, inadeguati e spossati e, un grande sollievo viene dato loro dall’ottenere l’effetto antidepressivo immediato che si genera dall’esperienza della dieta (o palestra, ecc.). Inoltre, essendo i disagi alimentari nati dalla consapevolezza della persona, chi ne soffre presuppone che tutto sia sotto il suo controllo e che può smettere e/o ritornare a mangiare normalmente nel momento in cui prenderà dentro di sé questa decisione. In altri termini, e come dire che ‘siccome la dieta lo iniziata io posso smettere quando voglio’; purtroppo, in realtà occorre abbattere questo pensiero onnipotente e rendersi conto che si ha bisogno di un aiuto specialistico e quindi rivolgersi allo psicologo per venirne fuori. Inoltre, all’interno delle relazioni familiari, inconsapevolmente (non si intende una colpevolizzazione dei familiari ma, per una serie di motivi dipendenti dalla storia di ciascuno, i genitori possono amare tantissimo i propri figli ma, questo amore può non arrivare nel modo più idoneo) si vivono veri e propri “giochi”, che indicano il modo in cui le relazioni si organizzano coinvolgendo ciascun membro all’interno di un’organizzazione familiare che in quel momento è malfunzionante e il tentativo di ritagliarsi un proprio spazio autonomo, emerge preponderante insieme al rapporto atipico col cibo e col corpo che assume, così, il significato psicologico di controllo di sé e possedere finalmente un proprio spazio mentale dove può padroneggiare la propria volontà e identità. Inoltre, quando il problema e la sofferenza interiore oltrepassano il limite del tollerabile e influenzano il rapporto con il cibo, occorre spezzare il circuito del punirsi e vincere l’onnipotenza distruttiva ammettendo di avere bisogno di aiuto. Oramai, anche nel territorio palermitano, si è costituita una rete tra strutture e specialisti che danno sostegno e aiuto per la cura di patologie alimentari. Il CSP-centro servizi psicologia ha confermato alcuni segnali predittivi della comparsa di patologie alimentari atipiche, la cui conoscenza può rivelarsi utile. Nello specifico:

• Dieta. Il comparire di un controllo dell’alimentazione, apparentemente a fini salutari, è uno dei primi segnali a manifestarsi prima del conclamarsi della patologia.
• La presenza di somatizzazioni che indicano un fallimento nel contenimento di ansie e angosce
• Richieste eccessive e stressanti poste dall’ambiente che portano a un adattamento fallimentare
• Elementi depressivi come conseguenza del fallimento di fronte a questa richieste.
• Sistemi familiari dove si predilige un apparente funzionalità relazionale
• Iperattività che appare come dimostrazione di efficacia nel mondo
• Affettività connessa ad aspetti conflittuali.

Tornando all’inizio del nostro articolo sul mettersi a dieta, sembra che il senso di sé e dell’equilibrio interiore dipendano nell’attualità dal modello alimentare utilizzato.
Ma noi di ‘Psicologia e Dintorni’ non ci crediamo e promuoviamo quel giusto senso di sé che fa stare bene che non è dato da una ricetta uguale e certa per tutti ma che dipende dal personale ed esclusivo modo di essere di ciascuno di noi; il giusto modo di alimentarsi, dopotutto, è quello che consente di ottenere un equilibrio tra salute e il piacere di mangiare; mangiare, da vivere per quello che realmente è … soltanto nutrirsi, da soli o insieme agli altri, gustando cose buone. E’ giusto mettersi a dieta per ritrovare la forma perduta ma con equilibrio e razionalità. Dieta non significa digiuno o disordini alimentari né privarsi ossessivamente e in modo estremo del cibo.
Cibo che comunque, dovrebbe rimanere lontano e spogliato dai significati psichici ed emotivi profondi che vi si possono attribuire.

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