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Giu 26

Psicofarmaci: istruzioni per l’uso

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Nei primi anni ‘50 l’entrata in crisi della soluzione manicomiale pose l’esigenza di affrontare il disagio mentale sotto altre prospettive di cura, una di queste fu l’assunzione di farmaci ad uso psichiatrico, sintetizzando sostanze che potessero avere minori effetti collaterali e maggiori effetti positivi. Oggi si delinea un panorama totalmente diverso da quello dei primi anni di ricerca e di sperimentazione farmacologia. I dati parlano di 12 milioni di italiani che usano psicofarmaci, questo dato indica due cose particolarmente rilevanti: un disagio sottostante, nella società moderna, fonte di smarrimento e afflizione e una facilità disarmante alla prescrizione degli psicofarmaci, anche lì dove, rispetto a tutta una serie di disturbi psichiatrici, lo studio e la ricerca dimostrano l’utilità e l’efficacia di metodiche diverse. Questa tendenza alla prescrizione di psicofarmaci assume un panorama inquietante nel momento in cui le alte statistiche di diffusione dell’assunzione di farmaci non sono correlabili ad una corretta informazione, circa gli effetti negativi e collaterali degli stessi, da parte delle case produttrici. Inoltre, inizia ad essere preoccupante l’aumento della frequenza di prescrizione a ragazzi e bambini. Analizzando tale situazione, Garattini manifesta apertamente dei dubbi, poiché, in sede di ricerca sul trattamento di episodi depressivi su bambini e adolescenti, dalla lettura comparata delle ricerche pubblicate e di quelle non pubblicate, si inverte la visione positiva dell’efficacia del trattamento, andando addirittura a mostrare un aumento della tendenza suicidaria, nei pazienti trattati. L’aumento delle prescrizioni genera un aumento esponenziale della spesa per gli psicofarmaci, sia da parte delle persone che da parte del SSN. In un articolo Pirella (psichiatra, docente universitario di Torino) si allinea con le tesi espresse dal New England Journal of Medicine, nel rilevare un imbarazzante legame tra le case farmaceutiche e gli ambienti della ricerca, fino a giungere ad una generalizzazione dei risultati, in alcuni casi, particolarmente discutibile, quale quella della prescrizione degli psicofarmaci ai bambini.
Ma guardiamo più da vicino cosa sono gli psicofarmaci. La loro definizione è quella di sostanze chimiche che agiscono direttamente sul SNC esercitando un azione complessa a livello dei neurotrasmettitori. Detto in modo più semplice, queste sostanze, intervengono proprio dove viene trasmesso il segnale, da neurone a neurone. Ovviamente non esiste un solo tipo di psicofarmaco, ma sono distinti in quattro grandi classi: gli ansiolitici-ipnotici, gli antidepressivi, gli antipsicotici e gli stabilizzatori dell’umore. Per ogni classe c’è una vasta presenza di composti con caratteristiche farmaceutiche differenti. La loro azione non muta la personalità di base, pertanto risultano poco utili nel caso di disturbi di personalità o di caratteropatie, al contrario hanno una grande azione nel controllo della sintomatologia psicopatologica (ansia, panico, depressione, allucinazioni, aggressività). Non vengono, però, considerati curativi, pertanto la loro applicazione elettiva è nel trattamento sintomatico del disturbo. In sintesi, grazie alla loro azione, spesso, riducono l’acutezza dei sintomi che impediscono il trattamento psicologico, consentendo a quest’ultimo di poter effettuare il percorso di cura.
Attualmente, infatti, i professionisti della salute mentale, optano , in taluni casi, per una presa in carico globale del paziente, dove la confluenza dei diversi metodi di cura possa trovare un integrazione ottimale.
E’ essenziale però che, trattandosi di sostanze farmacologiche, sia il medico di base che lo psichiatra, informino il paziente su alcune peculiarità degli psicofarmaci. Intanto che l’assorbimento ed il metabolismo variano da persona a persona, per cui si deve trovare singolarmente il dosaggio ottimale, inoltre alcune classi di farmaci che possono influire sulla sessualità (diminuzione del desiderio e difficoltà a raggiungere l’orgasmo) hanno comunque un effetto reversibile con la sospensione del trattamento. Poi, massima attenzione deve essere prestata ad un uso del farmaco limitato nel tempo, in virtù di evitare la possibilità di istaurarsi una quota di dipendenza dal farmaco. Inoltre alcuni accorgimenti possono riguardare, a seconda della classe di psicofarmaci, un attenzione particolare alla dieta da seguire e all’evitare l’assunzione di alcool.
In conclusione gli psicofarmaci non sono né da osannare né tantomeno da demonizzare, avendo un efficacia altissima nel controllo sintomatologico, ovviamente da dosare caso per caso, problema per problema. Ma, è , anche, utile, informare che il trattamento psicofarmacologico da solo non basta, poiché mira all’eliminazione o alla riduzione del sintomo, ma non alla risoluzione del problema che ha generato il sintomo stesso e che l’ansia, l’attacco di panico, la depressione, ecc… sono così dolorosi proprio perché, come unico mezzo di comunicazione, hanno trovato solo la voce del sintomo.

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