«

»

Giu 26

Schizofrenia: persuasione arcaica della mente

Condividi su:

La schizofrenia (psicosi) è una delle sofferenze mentali più gravi. Una malattia ritenuta da una predisposizione genetica che coinvolge l’intero livello mentale intrapsichico sino ad una menomazione nelle relazioni interpersonali. Molto spesso i disturbi del contenuto del pensiero come i deliri, i disturbi della percezione come le allucinazioni, i disagi nel comportamento come la catatonia e l’agitazione si sviluppano in breve tempo, e sono spesso accompagnate, o precedute, da un episodio psicotico acuto. Questa sofferenza è altamente invalidante per la persona che la vive, infatti, il prevalere di disturbi del pensiero non permettono un adeguato rapporto con la realtà e nei periodi di benessere, i soggetti, manifestano pesanti difficoltà a mantenere rapporti soddisfacenti, attività lavorative stabili e legami sentimentali profondi e relazioni familiari funzionali. Ansia, depressione, privazione ambientale, ritiro sociale, affettività appiattita, impoverimento del pensiero sono disagi ingestibili per il malato. Inoltre, l’incapacità di avere un contatto significativo con le altre persone può produrre sofferenza anche a familiari e persone che circondano il malato. Gli studi scientifici prodotti dalla psicologia clinica sulla schizofrenia riconoscono nei sintomi psicotici un tentativo di colmare ferite profonde e, che, gli interventi con psicologi-clinici possono migliorare la qualità della vita dei pazienti schizofrenici. Inoltre, le osservazioni sull’area intrapsichica hanno privilegiato il cogliere, decifrare e contenere i segnali ‘bizzarri’ del malato; la, così definita, patologia dei confini interpersonali, quando non si rintraccia un’origine biologica, appare determinata da forti carenze che il malato da bambino avrebbe vissuto. Le carenze non sono di per sé ‘oggettive’ ma psicologiche nel senso più profondo e relazionale del termine. Grazie all’ indiscussa erede e continuatrice degli studi freudiani, Melanie Klein, è stato possibile, in psicologia, cogliere i meccanismi psichici sottostanti alcune sofferenze schizofreniche e schizo-paranoidi. Ed è proprio grazie alla scoperta dell’ indefinibile angoscia psicotica, colta dall’acuta scienziata, che è stato possibile svelare l’enigma schizofrenico e aprire una porta ad una comunicazione, anche contenitiva, con i malati. Il terribile ‘crollo emotivo’ prodotto dalla psicosi, e ciò che separa questa forma psicopatologica dalle altre che sono, invece, caratterizzate da un livello di integrazione nevrotica che si raggiunge quando si supera una fase di sviluppo in cui il bambino differenzia sé dal mondo circostante e, riconosce che c’è un padre e una madre, di fronte ai quali deve stabilire una strategia relazionale. La psicosi, invece, è un blocco a fasi più arcaiche della mente dove prevalgono le angosce persecutorie e depressive dei primi anni di vita, da ciò, ne consegue la seria menomazione da adulti nella capacità di differenziare la fantasia dalla realtà e il presente dal passato. Un’altra pagina brillante nella storia della psicologia è data da W. Bion che ha chiarito l’enorme complessità della struttura schizofrenica scoprendo nei suoi pazienti meccanismi prematuri, precipitosi, fragili e tenaci e, un dolore mentale come allucinazione permanente e deformazione a livello di comunicazione e di pensiero. Sia che si tratti di una fase simbiotica non elaborata, sia che si evidenzi nel paziente un complesso edipico precoce e perverso, il profondo stato regressivo dello psicotico mette a dura prova i familiari, per cui, in psicologia, si privilegia anche un intervento sul nucleo familiare per stabilire confini interpersonali stabili e rassicuranti. Sui metodi di trattamento psicologici, l’intervento, che accompagna l’uso degli psicofarmaci, si è focalizzato nel privilegiare la centralità nel ‘qui-e-ora’ della relazione emotivamente significativa tra psicologo e utente per dare forma, significato e rilevanza sociale alla sofferenza espressa dai pazienti in fase non psicotica, e, molte osservazioni hanno dimostrato, come sia importante anche il centrarsi nell’area della socialità, per indagare i vissuti conflittuali che il paziente vive nei confronti del mondo esterno e dei percorsi possibili di autonomia e lavoro. Ma, i vissuti contrastanti, caratterizzati da paura e timore, sono anche caratteristici delle persone cosi chiamate normali; infatti, il ‘matto’, è sempre stato nei secoli un’icona archetipica che mette il gruppo, la società nella condizione di specchiarsi con l’orrore da se stessa prodotta. Nel passato, come si poteva affermare che la malattia, il disagio psichico, il malessere era imputabile ad un blocco nelle proprie capacità affettive e cognitive di risolvere il problema? Come, allora, poteva affermarsi l’idea che l’uomo, la società, le regole condivise, non sono del tutto giuste, e, che possono produrre qualcosa di distorto che ad alcuni fa stare male? Ed era propria la sincerità del disagio mentale, estremamente urlata dai manicomi, luoghi senza anima, creati come giustificazione psichiatrica di una nuova caccia a streghe e stregoni legati, picchiati e imbavagliati da psicofarmaci dalle dosi eccessive o da scariche elettriche, che uomini e donne manifestavano in realtà un malessere che effettivamente oggi è contenibile, capibile e curabile; S. Freud, figura a tratti attaccata o osannata, con le sue indubbie doti di osservazione e ricerca comprese che doveva esserci dell’altro, un modo diverso per restituire il benessere alle persone. E’ Freud, in quella che viene definita la ‘terza rivoluzione psichiatrica’, partì proprio da ciò che oggi è uno degli elementi centrali nella cura del problema: l’ascolto. Attraverso questa metodica si sono rivalutate nella persona aspetti incomprensibili e privi di significato che, in passato, erano considerati unicamente come segni di malattia mentale da curare con metodi ortodossi e frantumanti apportati dalla psichiatria classica; molti uomini e donne in psicologia, si sono impegnati al massimo e, ancora oggi, mettono appunto metodi e trattamenti per la cura dei problemi poiché, è indubbio che ogni persona possiede dentro di sé qualcosa di unico, rivelatore, ma, anche di ‘strano’ e, soltanto chi ha il coraggio di non disprezzare quei luoghi della mente e della follia in apparenza estranei o spaventosi può capire se stesso, gli altri e la condizione umana.

Lascia un commento

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com