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Giu 26

Trasgredire: il cambiamento che fa bene

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In un corso di formazione rivolto a professionisti delle relazioni di aiuto a cui siamo stati recentemente chiamati a partecipare, molto si è discusso su come potere attuare un cambiamento quando la realtà contestuale causa insofferenza, malessere e perdita di quelle energie vitali che possono condurre a non effettuare il proprio compito in modo davvero positivo e soddisfacente. Dai diversi contributi, si è sottolineato molto il significato professionale e personale che può assumere la trasgressione di quelle regole condivise da molti ma che in definitiva sono sbagliate perché non permettono lo sviluppo di una programmazione efficace. Il tema del cambiamento riguarda ciascuno di noi, poiché, in alcune fasi dell’esistenza mutiamo ‘pelle’ quasi naturalmente cambiando ruoli e modi di essere seppur in una stabilità profonda. Cambiare, però, a volte significa anche trasgredire regole e abitudini che rassicurano. Del resto, l’abitudine scandisce senza che ce ne accorgiamo la vita di ciascuno. Così, la coazione a ripetere comportamenti diviene un’abitudine difficile da abbandonare scatenando a lungo andare insofferenze talmente elevate che la trasgressione diviene quasi una necessità psicologica. L’involucro rassicurante di regole e abitudini
viene squarciato dalla necessità della novità e dal voler cambiare strada per mettersi alla prova e scoprire nuove parti di sè. Questo percorso volto al cambiamento per alcuni è fisiologicamente rigenerante anche se il camaleontismo appare sempre di più in sintonia con lo spirito del tempo che connette sempre più spesso e volentieri mutamento e velocità di consumo. Personalità sfaccettate che per uscire dalle trappole si reinventano per rinascere con l’obbligo di stupire se stessi cambiando strada per andare incontro al nuovo e alle sorprese per colorare di vivacità la propria esistenza. Ma psicologicamente, cambiamento è azione nel lungo processo di autoindividuazione che può giungere per un’illuminazione improvvisa o come per caso nel proprio mondo interattivo connotato dalla spontaneità e dalla creatività. L’immagine del cambiamento è stata ben espressa in psicologia già negli anni’20 dallo specialista Jacob L. Moreno e dalla sua originale concezione psicologica fondata sullo sviluppo della spontaneità e creatività attraverso la relazione. L’ipotesi della spontaneità/creatività come forza propulsiva del progresso psicologico dell’uomo si fonda sull’assunto di tele, struttura primaria della comunicazione interpersonale e sulla centralità del ruolo/controruolo da cui deriva lo sviluppo individuale. Infatti, Moreno, nelle sue osservazioni cliniche, notò come le persone durante gli incontri potevano manifestare sentimenti che nella vita quotidiana non avrebbero mai mostrato a nessuno e come, in questo modo, potevano scaricare pregiudizi e malesseri allo stato latente che potevano degenerare se non espressi in veri e propri disagi psichici. Da ciò, l’assunto che la vita sociale impone che ciascuno di noi viva secondo il suo ruolo ufficiale nella vita; però, ognuno, vorrebbe segretamente incarnare molti più ruoli di quanto la quotidianità gli consente o, perlomeno, se costretto a un ruolo vorrebbe comunque viverne la pienezza totale. Nel corso della vita, ogni persona si sente spinta da più ruoli che vorrebbe attuare e spesso è proprio la pressione esercitata dal desiderio di assumere ruoli diversi che genera ansie e disagi. E’ proprio nel ‘provarsi nel ruolo’ che la persona scopre aspetti sconosciuti di sé e decristalizza ruoli e comportamenti che generano malesseri psicologici. L’improvvisazione e l’imprevisto del cambiare pelle genera un senso di colpa che occorre ridimensionare per chiedersi cosa e come lo stiamo facendo evitando così di sentirsi prigionieri dell’abitudine. Il collega Luciano Di Gregario, recentemente, ha evidenziato la ‘Gravanity’ (neologismo da gravità e vanità) per indicare una forma maniacale di culto dell’Io nata grazie alle opportunità offerte dalla rete che permette attraverso l’uso delle chat-line di sperimentarsi e fingersi in ruoli diversi. Ma a questo noi aggiungiamo dalle nostre rilevazioni cliniche che forse per comprendere la complessità del cambiare e cambiarsi occorrerebbe fare anche riferimento a come il mutamento dipenda dal far pensare qualcosa agli altri per sapere di esistere. Ne sanno qualcosa gli occidentali figli degli anni ’80 che, cresciuti nel trasformismo postmoderno, si sono sempre mossi per non sbagliare una mossa e raggiungere la perfezione paranoica proponendosi sempre nuovi modi di essere nel tentativo di ridare ossigeno al proprio sentire affrontando le situazioni cercando di dare voce a diverse parti di sé e nel contempo senza apparire agli occhi dei propri figli, oggi adolescenti, agguerriti dissacranti dell’abitudine o troppo sacri nel vivere la monotonia. Oggi, molto si parla di Semtex per intendere un modo di essere sempre giovane, energico, esplosivo e con poco tempo da perdere. In questo senso, cambiare ostinatamente parti e immagini di sé assume connotati drammatici poiché allo sbandierato sentirsi affascinati dalla vita si nasconde in realtà l’essere vittima di tutto: delle relazioni, del corpo, delle trasgressioni, una vera e propria vita senza soluzione risolvibile. Forse è nel passato remoto comune a tutti che si possono trovare le chiavi giuste del cambiamento positivo per sé, ovvero, in quella creatività che inconsciamente si rivela nei sogni ma che nella veglia si ha paura di usare esattamente come ai primordi l’umanità aveva paura di usare il fuoco quando ancora non sapeva che di lì a poco l’avrebbe essa stessa prodotto.

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